Narrano le cronache che quando tornò da Cipro dov'era stato mandato come console americano in segno di riconoscenza per il ruolo che aveva avuto come comandante di quattro reggimenti di cavalleria durante la guerra di secessione, il leggendario Luigi Palma di Cesnola sbarcò a New York con un carico di 275 casse, ognuna lunga nove piedi cioè quasi tre metri, piene di ogni ben di Dio: statue, statuette, vasi, bracciali, braccialetti d'oro massiccio, orecchini, anelli, spille, amuleti, spilloni, collane. Pagati dal neonato Metropolitan di New York, del quale sarebbe diventato il direttore, una somma enorme: 64 mila dollari. Più un contratto da 500 dollari al mese per riparare e sistemare i reperti. Era il 1873 ed erano davvero altri tempi. Che il nostro ufficiale sabaudo-statunitense avesse approfittato del soggiorno cipriota per saccheggiare tutto quello che aveva potuto saccheggiare sembrava, allora, del tutto normale. Ma oggi? Eppure, quasi un secolo e mezzo dopo, come spiega Fabio Isman nel suo libro «I predatori dell'arte perduta. Il saccheggio dell'archeologia in Italia», non è cambiato poi molto. Tanto che in Giappone, senza particolare scandalo, esiste oggi un museo, il «Miho», fondato dalla soave signora Mihoko Koyama con un investimento di 750 milioni di dollari, dove tutti ma proprio tutti i reperti antichi italiani sono ricettati da trafficanti di arte senza scrupoli. Trafficanti ai quali ricorrono ancora, senza alcun problema di coscienza, molte altre gallerie sparse per il mondo. Le quali, visto che anche il pezzo più prezioso non varrebbe assolutamente nulla senza le necessarie pezze d'appoggio (dove è stato trovato esattamente, a che profondità, cosa c'è intorno, cosa c'era sopra...), hanno potuto spesso contare sulla premurosa e interessata «collaborazione» di importanti storici e critici d'arte. Che mai oserebbero comprare un'auto rubata o un braccialetto rapinato in un assalto in gioielleria e, men che meno, una partita di cocaina o di oppio afghano, ma non trovano così disdicevole collaborare con ladri e ricettatori di un pezzo antico da tre o quattro milioni di euro. Cosa dovrebbe fare un Paese come il nostro, dove da anni è in corso la gara a chi la spara più grossa («abbiamo il 50 delle ricchezze culturali mondiali!», «No, il 60», «No, il 70!», «No, l'80!») intorno all'abbondanza del nostro patrimonio d'arte ed è forse il più saccheggiato di tutti? Ovvio: dovrebbe avere regole feroci contro tombaroli, trafficanti, ricettatori. È in gioco la nostra memoria, la nostra faccia, la nostra storia. Il nostro turismo. Eppure, non una sola sentenza di condanna, in questi anni è mai arrivata fino alla conferma in Cassazione senza essere svuotata prima da un'amnistia, un condono, una prescrizione. Chissà se ci pensa mai, chi si arrovella intorno a certe riforme della giustizia...
Corriere della Sera
25 Novembre 2009
Vita (troppo) facile dei trafficanti d'arte
GI
Gian Antonio Stella
Corriere della Sera
Luigi Palma di Cesnola, un ufficiale sabaudo-statunitense, tornò a New York nel 1873 con un carico di reperti antichi ciprioti pagati dal Metropolitan di New York per 64.000 dollari. Il suo soggiorno sembrava normale all'epoca, ma oggi il saccheggio dell'archeologia in Italia sembra non aver cambiato molto. In Giappone, esiste un museo, il Miho, dove reperti antichi italiani vengono trafficati da persone senza scrupoli. Molti gallerie del mondo collaborano con questi trafficanti, comprando pezzi antichi senza verificare la loro provenienza.
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