Un libro bianco sulle aree protette italiane: sono poche e calano i finanziamenti ROMA - I parchi fra luci e ombre. Le luci: intorno al sistema delle aree protette italiane girano circa 2 miliardi di fatturato e 86 mila occupati. Quindi i parchi servono a tutelare paesaggi pregiati, generano cultura e reddito. Le ombre: i parchi sono pochi, se ne istituiscono sempre meno, i finanziamenti calano, imperversano le aggressioni edilizie. Questi dati emergono da un libro bianco di Federculture e Federparchi, il primo rapporto sul grande patrimonio culturale che i parchi custodiscono - paesaggi, centri storici, beni artistici, valori comunitari, tradizioni e anche lingue minoritarie e pratiche artigianali -, ma che talvolta viene vissuto come un inciampo allo sviluppo ed è minacciato da insediamenti residenziali e turistici, strade, cave... «I parchi sono un grande sistema per conservare la biodiversità», dice Giampiero Sammuri, presidente di Federparchi, «ma anche uno strumento di coesione sociale e di promozione economica». Il rapporto viene presentato domani a Roma (presso la Società Geografica Italiana, a Villa Celimontana). Da esso viene fuori anche limmagine di una gestione tuttaltro che florida. «Il 70 per cento dei parchi è amministrato direttamente da Province o Regioni, mentre sarebbe necessario affidarli a enti specifici», dice Roberto Grossi, presidente di Federculture. Solo in 2 dei 24 parchi nazionali sono vigenti dei "piani regolatori", nonostante la legge del 91, che disciplina tutta la materia, imponga che questi siano varati diciotto mesi dopo la nascita di un parco. «Quella legge ha esaurito la sua spinta», spiega Massimo Zucconi, responsabile parchi di Federculture. «Negli anni successivi al suo varo si passò da 600 mila a un milione 600 mila ettari di aree protette e nacquero 18 dei 24 parchi nazionali. Ma dal 2003 ci si è fermati, è stato istituito solo un altro parco e sono diminuiti i finanziamenti». I parchi in Italia sono 1.144 (nazionali, regionali e daltro genere). In essi abitano 4 milioni e mezzo di persone e sono presenti il 70 per cento dei Comuni con meno di 5 mila abitanti, segno che i parchi non sono solo natura, ma anche paesaggi urbani. Però la superficie protetta è poca, 3 milioni e mezzo di ettari, solo l11,69 per cento del territorio nazionale: siamo indietro rispetto alla media dellUnione europea (18,4), molto indietro rispetto alla Germania (59,4), ma anche allEstonia (36,3), alla Polonia (29,2) e alla Repubblica ceca (25,9). I finanziamenti pubblici sono scarsi: 241 milioni nel 2008 (lo 0,015 per cento del Pil). E nel 2009 cè un taglio, per i parchi nazionali, del 10 per cento. Alcuni parchi incamerano risorse dalle proprie attività, ma in media solo per il 12 per cento. Con una vistosa eccezione, quella dei Parchi della Val di Cornia, in Toscana, un esempio virtuoso: qui nel 2007 si è raggiunto il pareggio, con biglietti e altre attività. Questi sei parchi (fra gli altri, quello archeologico di Populonia e quello archeominerario di San Silvestro) sono gestiti da una società per il 90 per cento controllata dai Comuni, per il 10 da privati. Molti albergatori, ristoratori, gestori di stabilimenti sono diventati azionisti e sono sorte nuove attività (circa una trentina, con un fatturato di 4 milioni di euro). Presidente della Val di Cornia è stato Zucconi, che però nel 2007 ha dovuto lasciare perché aveva alle spalle già tre mandati. Ma anche perché contrario a una serie di progetti dei Comuni che minacciavano lintegrità dellarea protetta. E qui spunta il rischio più grande, accresciuto dai Piani casa. «I piani paesaggistici delle Regioni sono pochi», insiste Zucconi, «e quasi mai pongono dei limiti ai Comuni, incapaci di fronteggiare la spinta poderosa della speculazione immobiliare». E nei parchi, dove i paesaggi sono più pregiati, i valori fondiari sono un boccone sul quale si avventano in molti.