A 29 anni dal devastante terremoto del 23 novembre 1980 e appressandosi il trentennale del 2010, non possono mancare sedi e occasioni per riandare, in vario modo, a quei terribili momenti. E dunque, per porre in sostanza il tema della memoria del sisma, per misurarsi con il rapporto, complesso e difficile, tra levento drammatico ed i tanti modi in cui lo si è vissuto e percepito, mentre aveva luogo, e poi nelle altrettanto diversificate implicazioni e conseguenze fino alloggi. Il fatto è che nel caso in questione, si tratta di una memoria a più dimensioni, per così dire, che si espande da quella del singolo individuo a quella collettiva di una intera comunità, e che si riferisce a più ambiti, dal personale al sociale, dalleconomico al demografico, dal territoriale allo psicologico e al politico-istituzionale. Eppure, tanta problematicità finisce per costituire uno stimolo in più per cimentarsi, come accade per enti locali, istituzioni, associazioni, che tra Campania e Lucania stanno lavorando in questa direzione (chi scrive ne è direttamente coinvolto, almeno per quanto riguarda il comprensorio del Sele e del Tanagro, in cui opera la benemerita associazione "Giordano Bruno" di Campagna). Gli studi fatti, e quelli in corso, intanto mettono in luce proprio la grande varietà di situazioni e, conseguentemente, di reazioni. Daltronde, come sa bene chi ne ha avuto esperienza diretta, è già difficile, in effetti, per non dire impossibile, dimenticare ciò che si è provato nel sentirsi la terra tremare sotto i piedi, traballare il pavimento, sussultare i muri della propria casa. E si può solo immaginare il terrore e langoscia tragica di chi dal terremoto ha avuto distrutti i beni materiali e, peggio, ha visto morire i propri cari. Nondimeno, ha senso ricordare, perché da quella devastante sera, e dai giorni e le notti immediatamente seguenti, la vita è pure ripresa a scorrere, si è rimasti prima in attesa che qualcosa avvenisse e poi che si provvedesse in modo via via più stabile e definitivo. La ricostruzione è durata anni interminabili, si è protratta addirittura per alcune generazioni che si sono susseguite, è costata cifre astronomiche. Ha lasciato i più scontenti, o insoddisfatti: se per tutti, il sisma è divenuto come lo spartiacque decisivo della propria esistenza, per molti le case, il quartiere, il paese non sono più tornati ad essere quelli di prima, con un debilitante senso di «spaesamento». È terribile, nelle sue conseguenze, un terremoto, come e peggio di una guerra; lascia scie di incomprensioni e di rancori, ferisce in maniera irrimediabile lidentità di una comunità, svisandone la fisionomia fisica, materiale ed agendo nelle menti e nei cuori dei singoli. Cè, infine, da dire di chi è nato dopo il terremoto, che non ha un prima e un dopo da connettere, e che solo può rivivere gli eventi trascorsi attraverso quel che gli viene tramandato o che è in grado da sé di apprendere, di riconoscere. Insomma, un processo lungo e doloroso innescato da un evento traumatico, ma che non si riesce a elaborare del tutto e da cui resta problematico prendere le distanze. Soprattutto se ormai il tempo appare più che maturo perché ci si interroghi su come è stata veramente affrontata la calamità, se essa abbia rappresentato lennesima tragedia meridionale eo non sia stata unoccasione mancata per cambiare le cose, prendere il destino nelle proprie mani. Naturalmente, non in ogni territorio colpito le cose sono andate in maniera tale da doverne ancora oggi discutere recriminando e colpevolizzando i ceti dirigenti locali (e nazionali) del tempo. Nel caso più sopra richiamato del comprensorio picentino, in molti Comuni la ricostruzione non è solo materialmente un fatto compiuto, ma è riuscita a innescare novità e confortanti risultati sono stati raggiunti (è andata, così, ad esempio, ed in varia misura, a Buccino - sede di un recupero archeologico di riconosciuto valore; ad Auletta - Pertosa, con i Musei Integrati dellAmbiente e la rivitalizzazione del complesso delle Grotte; a Contursi, dove può giocarsi la "carta" del termalismo; nella stessa Campagna, un po il centro nevralgico della zona, dove è stato rinvigorito il tessuto sociale e culturale locale). Nellinsieme, tuttavia, ancora un bilancio in chiaroscuro, soprattutto riflettendo a ciò che si poteva o doveva fare, e non sè fatto; ancora, la convinzione, in molti, dellinadeguatezza dei quadri politici locali, per un verso, e della prevaricante volontà fatta valere in tutti i modi da parte, al tempo e in seguito, del governo nazionale centrale. Né serve a pacificare le coscienze il far parlare, dopo tre decenni, testimoni e protagonisti di allora. Alla fine di tutto, ad ogni buon conto, piuttosto che di un terremoto come risorsa, o, al contrario, come opportunità non colta, appare giusto affermare che il sisma ci ha messo alla prova, tutti, e noi meridionali in particolare. Con qualche risultato anche positivo, nonostante le condizioni di partenza proibitive; e in ogni caso, a trentanni dal dramma cè soprattutto lobbligo morale di rispondere a chi è venuto dopo, e che ci interroga su come abbiamo agito, se abbiamo sentito lobbligo della solidarietà, della catena che ci lega gli uni agli altri nel tempo e nello spazio. La lezione, e la sfida, stanno appunto in tutto ciò, e nessuno può chiamarsene fuori, oggi come ieri.
NAPOLI - la prova del terremoto
Il terremoto del 23 novembre 1980 è stato un evento traumatico che ha colpito la Campania e la Lucania. Oggi, trent'anni dopo, è importante ricordare e riflettere sulle conseguenze del terremoto e sulla risposta delle istituzioni e delle comunità. La ricostruzione è stata un processo lungo e doloroso che ha richiesto anni e cifre astronomiche. Tuttavia, ci sono stati anche risultati positivi, come la rivitalizzazione di alcuni Comuni e la creazione di nuove opportunità. Tuttavia, ci sono ancora molte domande aperte, come la responsabilità delle istituzioni locali e nazionali, e la mancanza di solidarietà e di catena di sostegno tra le comunità colpite.
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