Che Silvio Berlusconi sia il primo politico italiano ad aver utilizzato su larga scala i sondaggi è cosa stranota. Che nei momenti di pericolo si faccia appello a tutte le armi, lecite o improprie, per salvare la pelle, è legge altrettanto universalmente accettata. Nessuna sorpresa perciò se, mentre il rimpasto di governo si avvicina a grandi passi e in qualche ministero si trema, fioriscano i sondaggi che valutano l'operato, l'appeal e la credibilità degli uomini che compongono l'esecutivo. Uno degli ultimi è stato messo a punto una settimana fa dalla Makno, le domande sono state sottoposte al campione tra il 9 e l'11 giugno, e i risultati sono in bella mostra sulle scrivanie di diversi ministri e nei prossimi giorni finiranno anche su quella del presidente del Consiglio (che a sua volta sembra abbia commissionato analoghi test). Il primo dato che salta agli occhi è che il governo riceve un voto migliore di quello ottenuto un anno fa: 5,3 (su una scala che va da uno a dieci) contro 4,8. Ma colpisce anche che la performance venga conseguita soprattutto grazie al giudizio eccellente degli elettori di centrodestra (7,7), mentre allo scontato voto basso proveniente dagli italiani di centrosinistra (3,4) si aggiunge quello di chi si definisce equidistante fra maggioranza e opposizione (4,5). Se ne può dedurre, un po' alla grossa, l'incapacità dell'esecutivo di conquistare quell'area mobile e centrale che alle elezioni assegna la vittoria all'uno o all'altro schieramento. Una via d'uscita possibile, che i consiglieri più accorti di Berlusconi caldeggiano, è separare nettamente il modo di lavorare e di presentarsi del governo da quello dei partiti della maggioranza che lo sostengono. In altre parole, le battaglie in rappresentanza di interessi settoriali vanno lasciate all'iniziativa delle forze politiche, mentre l'esecutivo dovrebbe assumere un ruolo maggiore di sintesi generale (e quindi anche far propri legittimi interessi ai quali danno voce le opposizioni) e uno stile più «istituzionale». Una controprova, per quanto parziale, dell'utilità di questa ricetta, emerge dalle performances dei singoli ministri. Che vedono riuscire meglio proprio quelli che hanno puntato sulle loro capacità di risolvere i problemi in un contesto per quanto possibile «apartitico» o «bipartisan». Così, Beppe Pisanu, titolare degli Interni, ottiene un soddisfacente 5,6 (superiore alla media rimediata dal governo) e un 5,4 fra gli elettori «equidistanti»; Giuliano Urbani, ministro dei Beni culturali, conquista il voto più alto, un lusinghiero 6,1 e, soprattutto, riscuote consensi molto ampi non solo nel centrodestra (6,9), ma anche fra gli «equidistanti» (6,0) e addirittura nelle file del centrosinistra (5,3); perfino un ministro come Antonio Martino che si è dovuto misurare con la netta contrarietà alla guerra in Iraq dell'opinione pubblica, può vantare un buon 5,8 (5,9 fra i «neutrali»), a quanto sembra proprio grazie al suo tenersi lontano da un profilo troppo «partitico» e troppo coinvolto nelle polemiche quotidiane tra le forze politiche. All'estremo opposto, Roberto Castelli, il quale viene percepito assai più come un uomo della Lega che come un membro del governo. In questo modo il Guardasigilli divide l'elettorato di centrodestra, presso il quale raccoglie solo il 6,1, e precipita fra gli «equidistanti» (4,8) e gli elettori di centrosinistra (3,7) chiudendo con un insoddisfacente 4,9. Risultati negativi anche per il ministro dell'Economia Giulio Tremonti e per quello dell'Istruzione Letizia Moratti: rispettivamente 4,7 e 4,9. Ma nei loro casi conta soprattutto la difficile situazione economica che pesa sulle tasche degli italiani e una riforma, quella della scuola, che, buona o cattiva che sia, ha suscitato parecchie polemiche e non è stata ben accolta in una parte ampia dell'opinione pubblica.