Parlare della ricostruzione dell'Aquila è un po' improprio, perché in realtà nella massima parte della città, forse l'80, le facciate degli edifici non sono crollate: le fotografie ricorrenti, dove li si vede quasi sempre diroccati, danno della realtà un'immagine deformata. Danneggiate in varia misura sono ovviamente le strutture interne, molte in realtà già riutilizzabili quasi subito perché lesionate soltanto leggermente o forse di fatto integre, altre per il momento da puntellare ma che potrebbero presto ritornare agibili con interventi modesti, altre infine da restaurare più a fondo in un tempo successivo: una classificazione che, secondo un grande esperto di strutture edilizie, Giorgio Croci, avrebbe dovuto venire avviata immediatamente per delineare una scala di priorità ma che è ancora di là da venire. Ma, se questo programma ha a che vedere soprattutto con le case, la maggiore priorità sarà quella dei temi collettivi, dove riconosciamo la bellezza di una città e che riportiamo nel nostro cuore dopo averla visitata. Ora, il cuore della bellezza dell'Aquila in quanto città, al di là dei suoi edifici monumentali e dei suoi musei, è costituita dalla croce formata dalla sua strada principale, il Corso con tutti i negozi più importanti, che la attraversa dal giardino pubblico, la Villa, alla Fontana luminosa dalla parte opposta aprendosi in mezzo sulla piazza principale con il Duomo e la sequenza delle piazze lungo la trasversale di via Roma, dove nei secoli sono stati costruiti il palazzo municipale, l'università, la chiesa di San Bernardino, il teatro e la scuola, quella scuola emblematica della cittadinanza. È questa croce che va restaurata prima di ogni altra cosa: perché una città è come un corpo umano, e se qualcuno venisse portato all'ospedale tutto ammaccato i medici penseranno prima di tutto a salvargli il cuore e le arterie, perché lì è la sua vita, e subito dopo a ripristinare il resto. La croce delle strade dell'Aquila con le loro piazze sono il suo cuore. A Nocera Umbra, ricostruita troppo lentamente dopo il terremoto di dodici anni fa, i negozi hanno ormai abbandonato da tempo la strada principale, ora deserta, e questo non deve accadere anche all'Aquila, dove il disastro sarebbe epocale. L'Aquila è una città in Europa specialissima. Fu costituita nel Trecento, come altre città di fondazione europea, dal sinecismo di molti villaggi di un vasto territorio circostante, ma i loro abitanti non li hanno in seguito abbandonati come in tutte le altre ma al contrario hanno mantenuto nei secoli un forte legame con le loro famiglie d'origine, hanno persino duplicato in città la loro chiesa, sicché le strade principali dell'Aquila, che costituiscono il tratto più notevole del suo impatto e della sua bellezza, sono anche la strada principale di un grande territorio, di villaggi e di frazioni, che continuano a riconoscere dopo secoli proprio lì il loro centro simbolico, così come molti dei palazzi addensati anche nelle due strade monumentali, via Garibaldi e via delle Grazie, rispecchiano in qualche modo questo stesso legame. E proprio nel rispetto di questo modello secolare il sindaco, quando ha dovuto indicare le aree per le nuove case prefabbricate della protezione civile, le ha saggiamente localizzate in una ventina di insediamenti, uno per ciascuna delle frazioni e dei villaggi che costituiscono il territorio antico dell'Aquila, rifiutando CONC da subito l'idea di una sola new town che non avrebbe avuto nulla a che fare con l'organismo vivo della sua città. Se non restauriamo subito, con un piano unitario, questa croce, se diamo tempo ai negozianti di mettere radici nei villaggi dei dintorni dove in realtà non mancherebbero di clienti, il cuore dell'Aquila sarebbe morto per sempre: e allora sarebbe stato del tutto inutile avere restaurato Santa Maria di Collemaggio o Santa Maria di Paganica, o la fontana delle 99 cannelle. È con questa priorità che dovremmo procedere, una priorità che comporta un qualche sentimento di angoscia perché implica delle scelte, quella di vedere deteriorarsi ancora per un poco gli edifici monumentali per salvare la città nel suo insieme, il suo essere l'espressione di un desiderio di bellezza sedimentato nei secoli e consolidato nella sua vitalità. Nel corso di questo intervento prioritario dovremmo riuscire a completare il rilievo dello stato di conservazione di tutti gli altri edifici, tenendo comunque per fermo che nessun programma di restauro dovrà toccare l'integrità delle facciate rimaste in piedi, perché tutto dovrà rimanere proprio come era; nessun programma di rapido restauro dovrà toccare la memoria visibile dell'Aquila. D'altra parte molti di quegli stessi cittadini che ora abitano nelle nuove case prefabbricate della protezione civile e che certo non se ne lamentano chiedono di poter tornare nella loro casa nella città, e non tanto perché nei nuovi insediamenti manchi per ora qualche servizio, una scuola un tabaccaio o un giornalaio, ma perché il sentimento di appartenere alla città dell'Aquila, di esserne cittadini, è connaturato alla sua consistenza fisica, alle strade e alle piazze principali ma anche alle vie e alle case dove è radicata una immagine secolare, la radice delle generazioni. Ecco un programma chiaro, che sembra condiviso da chi lo ha più a cuore, la città stessa dell'Aquila e il suo sindaco, ma è anche condiviso dall'Unesco, che vi riconosce un metodo meritevole di venire segnalato al mondo promuovendo l'Aquila a patrimonio dell'umanità: vorrei augurarmi che venisse condiviso anche dal nostro Governo, cui spetta di formulare all'Unesco una richiesta ufficiale, che consoliderebbe peraltro tutte le altre iniziative prese in passato per fare del terremoto dell'Aquila un evento mondiale.