Lanno prossimo con una grande personale festeggerà al Mart di Rovereto i cinquantanni del suo lavoro e più di trecento progetti Svizzero italiano, 66 anni, il grande architetto ha lavorato con Le Corbusier e Kahn: "Sono un mercenario di lusso pieno di ideali" "Larchitettura è bellezza. Senza dimenticare mai il terreno della memoria" "Nellorganizzare lo spazio di vita delluomo letica e lestetica devono coincidere" Non fuma la pipa, non indossa giacche stazzonate, non ha occhiali stravaganti. Insomma è architetto ma nella maniera meno pittoresca possibile, meno riconoscibile. Diciamo pure sobria. Come può essere sobria una realtà che ha origine dalla Svizzera. Mario Botta è nato a Mendrisio 66 anni fa. «Sono uno svizzero italiano, amo il mio paese ma non rinuncerei mai alle suggestioni e alla ricchezza del Mediterraneo», precisa. Il prossimo anno, Botta festeggerà con una grande personale al Mart di Rovereto cinquantanni del suo lavoro di architetto. Del resto il Mart è una sua creatura. Bellissima. Botta ha realizzato oltre trecento progetti tra cui, tanto per citarne alcuni, il museo Jean Tinguely di Basilea, la sinagoga Cymbalista di Tel Aviv, la Biblioteca municipale di Dortmund, il centro Dürrenmatt di Neuchâtel, villa Redaelli a Milano, San Carlino a Lugano. Ha progettato luoghi di preghiera e uffici, spazi per il pubblico e per il privato. Ha affrontato il sacro e il profano, e se una religione laica è possibile essa si incarna anche nel rigore delle linee, nella luce che le illumina, nelle geometrie che danno coerenza e gravità alle forme che questo architetto realizza. È un perfezionista. Un infaticabile. Un generoso. Cosè il sacro per lei? «È una sfida culturale. Le avanguardie storiche hanno distrutto il nostro senso estetico e anche etico. Dopo Duchamp il sacro si è inabissato. La sua sparizione ha prodotto guasti enormi. Nel Novecento larchitettura come forma ecclesiale ha dato risultati orrendi. Impensabili se rapportati a cosera una chiesa nel Cinquecento. Ecco perché occorre ripensare alcuni temi dellarchitettura civile attraverso il sacro, attraverso lidea di soglia, di infinito, di muro, di luce che genera lo spazio». Veniamo a lei. Come ha scelto la professione di architetto? «Avrei potuto fare il fotografo, o forse il pittore, alla fine ho deciso di disegnare e progettare. Scopro a 15 anni che costruire ha in sé qualcosa di magico. E costruisco la mia prima casa». Un po in anticipo sugli studi. «Avevo smesso di studiare dopo la fine delle scuole medie. Francamente non sopportavo la scuola, la sua disciplina, la noia che mi procurava. Insomma, decido di fare lapprendista. Da noi cè la tradizione del Bauhaus. Ho la fortuna di fare pratica a Lugano in uno studio di architettura. Sono attratto dalle immagini, ma alla fine capisco che la mia strada è il disegno. Da quel momento tutto diventa più facile. Vado a Milano a studiare da privatista per la maturità e poi a Venezia mi iscrivo ad architettura». Fa il percorso inverso. «Faccio quello che in genere non si fa e che è invece fondamentale: arrivo allo studio avendo già una grande pratica. Posso dialogare con Gadella e Scarpa che ho la fortuna di incrociare. Lambiente è davvero ricco di stimoli. Ci sono Tafuri, Samonà, Benevolo, poi incontro Giuseppe Mazzariol al quale mi lego e che di professione è storico dellarte. È lui a presentarmi Carlo Scarpa con il quale mi laureo». Altri maestri? «Le Corbusier e Louis Kahn. Il primo venne a Venezia nel 1964 per il progetto dellOspedale. Mi dico: cè questo mostro sacro dellarchitettura e io non faccio niente per provare a entrare nel suo studio? Fu ancora Mazzariol a interessarsi. Alla fine ce la faccio a entrare nello staff dei suoi collaboratori veneziani». Comera Le Corbusier? «È stato per larchitettura quello che Einstein fu per la fisica. Ha portato in architettura i problemi del ventesimo secolo. Aveva una straordinaria fede nella possibilità di riscattare la società attraverso lo spazio». Poi viene Louis Kahn. «Progetta il Palazzo dei congressi a Venezia e allinizio mi usa come collaboratore. Lui a Filadelfia, io a Venezia. Mi chiede di misurargli gli spazi, il diametro delle piante, la circonferenza di certi spazi, laltezza di altri. Io eseguo. Poi viene a Venezia e praticamente lavoro con lui giorno e notte. Ne scopro progressivamente la forza, lintuizione, lintelligenza. È stata una figura messianica della cultura architettonica del ventesimo secolo. Se non fosse morto, avrebbe potuto arginare la cultura postmoderna che dilagherà in America». Cosha contro il postmoderno? «Ha confuso gli stili con la storia facendone una caricatura. Ha preso il bisogno di memoria che è reale e che lo stesso Kahn teneva in grande considerazione, e lo ha ridotto al rifacimento del timpano o della colonna». Citazioni ironiche. «Lironia sotto forma letteraria è divertente. Fatta in pietra o cemento può diventare un serio problema. Larchitettura è ineludibile. Non si può spegnere come fosse una trasmissione che non ti piace o accantonare come un libro che ti delude». Conta più il valore estetico o etico? «Nellorganizzazione dello spazio di vita delluomo la componente etica è altrettanto importante di quella estetica. In architettura non si possono separare le due cose. Cè un diritto allhabitat. Le città storiche europee sono un buon esempio di ciò che le sto dicendo. Quando a uno studio di architettura chiedono di realizzare un albergo o degli uffici o una banca, vogliono soprattutto la funzionalità. Ma quando noi diciamo casa, vogliamo che quello spazio non sia anonimo o soltanto funzionale. Una casa non sono solo i metri quadrati che la compongono». Architettura come missione? «Architettura come bellezza». Affermazione forte. «Non parlo dei canoni eterni della bellezza. Perché sono convinto che la bellezza esige sperimentazione. Solo dopo che lhai sperimentata puoi dire che una cosa è bella». Diceva dellarchitettura. «Essa non è lo strumento per costruire in un luogo, ma per costruire quel luogo. Deve tener conto delle sue caratteristiche della sua identità, del suo essere a suo modo origine. Siamo chiamati a lavorare anche sul terreno della memoria, che è oggi il vero antidoto alla globalizzazione». Lei a suo modo è un architetto globale. «È vero, posso essere un giorno in Corea, un altro in Cina, un altro ancora negli Stati Uniti. Ma non adotterei mai un punto di vista globale sullarchitettura». In che senso? «In Corea puoi viaggiare per ore e ore dentro città in cui ledifico più vecchio ha trentanni. Ora vivere solo dentro gli spazi della contemporaneità, come suggerisce il modello americano, equivale allinferno dantesco. Se si va a Siena, a Venezia, ad Amsterdam ti sembra di essere in paradiso. Sono lespressione formale della storia». A parte che linferno può avere le sue attrattive, non le sembra un po troppo passatista la sua impostazione? «Un architetto può lavorare per o contro la città. E per farlo deve dialogare con lantico. E antico può essere anche il Novecento. Come si fa a lasciare fuori Mondrian, Klee, Giacometti. Il ventesimo secolo è stato un periodo di grande ricchezza artistica. Non possiamo ridurre tutto al kitsch e al falso antico. Sono un erede della tradizione modernista». Senza perbenismo di scuola? «Senza perbenismo che è lanticamera del moralismo». Si dice che la Svizzera ami essere un po perbenista. «Giacometti era svizzero e quando seppe che lo ero anchio, mi guardò con aria di compatimento e mi disse: "ah poverino sei svizzero anche tu, dovrai fare tutto da solo"». Lo ha conosciuto bene? «Non quanto il fratello con il quale ho avuto un rapporto decennale. Giacometti seppe mettere a nudo la nostra cattiva coscienza, un po come sul piano della letteratura seppe fare Dürrenmatt. A proposito di perbenismo svizzero, Dürrenmatt diceva che la Svizzera è una prigione dove i carcerati sono anche carcerieri. Lho trovata una metafora bellissima». Un tema dürrenmattiano è lidea che il caso spesso governa le nostre vite. Quanto ha contato per lei il caso? «Il caso gioca sempre un ruolo importante. Ma ciascuno di noi deve saperlo orientare. Non puoi semplicemente subirlo. In una giornata ti sembra che tutto sia prevedibile, poi intersechi unimmagine che non ti aspettavi, a quel punto devi sapere se adottarla, svilupparla o lasciarla cadere. E questo vale per le cose come per le persone». Comè una sua giornata, a proposito? «Piena di lavoro. Ma del resto è sempre così, non mi piacciono le vacanze, non le faccio. La domenica sono irrequieto e aspetto il lunedì. Sto bene solo dietro un tavolo da lavoro. Viaggio molto, sono un emigrante di lusso. Larchitettura è un lavoro locale, ma la commessa è globale: vai dove ti chiamano». Si sente un "archistar"? «È un termine offensivo che riassume il peggio della cultura contemporanea». Però una ristretta schiera di voi architetti ha una visibilità che altri mestieri non possono vantare. Siete parte di una committenza globale che vi ha reso sovranazionali. «Questo è vero, però è sempre stato così. Se penso agli architetti che sono partiti dalle mie terre, Borromini, Trezzini, che ha fatto San Pietroburgo, devo ammettere che il nostro è un mestiere da mercenari di lusso. A volte mi dico: ma chi me lo fa fare di prendere dei rischi mentali, culturali, economici. Eppure mi accorgo che alla fine prevale sempre il bisogno di esprimersi. Diventa più forte di ogni ragione, di ogni rischio». Si chiama vocazione. «È la mia grande passione. Forse questa golosità del fare è un segno di invecchiamento, ma io lho sempre provata». È il piacere della vita. «Ho a volte limpressione che la mia vita sia volata». La turba? «Il futuro è sempre una scommessa. È strano. Ma di fronte a una cosa che ho realizzato provo indifferenza. Però lidea di doverla fare mi provoca una libido straordinaria. La cosa fatta appartiene più al tuo tempo che a te stesso».