Brera (con la Braidense, l'Osservatorio, l'Orto Botanico, la Pinacoteca e l'Accademia) è la metafora di Milano e dei bizantinismi di una certa politica: un potenziale enorme penalizzato da decisioni mancate, sprechi e infinite polemiche. È dalla stagione della bohème ambrosiana degli anni Sessanta che si parla di dare sistemazione adeguata a questo patrimonio nazionale per farne un museo moderno in grado di esporre i tanti capolavori nascosti, affiancandoli al Cristo del Mantegna e alla Vergine di Raffaello, in sale adeguate a un turismo che ha affinato il palato con le visite al Louvre o al British Museum. Ed è più o meno dallo stesso periodo che si trascina la vexata quaestio di mettere in regola i locali storici dell'Accademia, lasciati in condizioni vergognose per chi ci studia e ci lavora: un degrado più volte denunciato, ma sempre tollerato in un'ambiguità sospesa tra ordinamenti giuridici confusi e pericoli reali, che mettono a rischio le opere d'arte e l'incolumità di studenti e professori. Un anno fa, dopo trattative fallite e traslochi mancati, un accordo tra ministeri, sovrintendenze e Comune di Milano sembrava dovesse chiudere l'estenuante pratica dei trasferimenti annunciati, con questa soluzione finale: l'Accademia si sposta nei locali di una storica caserma del centro di Milano, la Pinacoteca si allarga nella parte museale occupando la parte lasciata libera dagli studenti. Un apparente compromesso, che dà alla Pinacoteca la possibilità di realizzare quel processo interrotto nella parte museale creando un percorso culturale e turistico di livello internazionale, con il book shop, l'auditorium, il bar e il ristorante che oggi non ci sono. Per l'Accademia il trasloco è un sacrificio che pesa, ma la rinuncia alla sede storica per la parte didattica è compensata dagli spazi finalmente adeguati alle normative di sicurezza e alla possibilità di evitare agli studenti la migrazione nelle aule prestate dall'istituto tecnico Zappa, alla periferia Ovest di Milano. Si poteva fare di meglio. Si poteva chiedere al ministero della Difesa la disponibilità di palazzo Cusani, la grande caserma che fu del maresciallo Radetzky e ospita oggi gli uffici spesso vuoti del Quarto Corpo d'Armata: uno spazio enorme nel cuore di Brera, una soluzione ottimale per tenere nello stesso quartiere Accademia e Pinacoteca. Era questo il suggerimento del presidente degli Amici di Brera, Aldo Bassetti, quando l'Accademia, due anni fa, stava per andarsene alla Bovisa, in un'area destinata a diventare d'oro con l'arrivo degli studenti e il via libera di due ministeri, Cultura e Pubblica Istruzione. L'odore di bruciato di quell'operazione (finita con una causa in Tribunale) fece naufragare un trasloco già deciso, rimettendo la questione al punto di partenza. È spuntata poi un'altra area ad Assago, e infine la caserma: non quella ambitissima di Palazzo Cusani, ma quella di via Mascheroni, dove i milanesi hanno fatto per anni la visita di leva. Lì è stato immaginato il quartier generale degli oltre tremila studenti, attrezzando gli spazi per una didattica moderna, con laboratori, biblioteche e anche una mensa. Un anno fa, in pompa magna, veniva annunciata la nascita della Grande Brera: un fiore all'occhiello per la Milano dell'Expo. Si doveva essere avanti da un pezzo coi lavori, ma è rimasto tutto fermo: l'Accademia non se ne vuole più andare. Il ministero della Pubblica Istruzione, da cui dipende, non dice una parola. Gli studenti fanno assemblee contro lo spostamento con un diplomato illustre, il premio Nobel Dario Fo: smembrare questo unicum magnifico è una follia, dice, la contiguità tra artisti e museo è un valore da salvare. Bisticciano fra loro il presidente, Gabriele Mazzotta, e il nuovo direttore, Gastone Mariani. Il primo è convinto del trasloco, dice che per l'Accademia è una necessità; il secondo nicchia, aspetta di vedere il progetto, di conoscere i metri quadrati disponibili nella caserma e vuole capire chi pagherà i costi della sistemazione. Gli spazi non sono quelli previsti, spiega. Così l'Accademia resta dov'è. Con questa lentezza la Grande Brera, immaginata da Franco Russoli e da Giovanni Spadolini, si avvia a diventare la più lunga incompiuta d'Italia. Milano intanto sonnecchia, non c'è: il Comune si tiene fuori dalla disputa su un patrimonio in rovina, come l'aveva chiamato il grande Dante Isella. Eppure il quartiere degli artisti è una questione centrale per la città: se Brera è Brera lo deva anche a quel formicolio di giovani scapigliati che affollano un luogo evocativo e conosciuto in tutto il mondo. Possibile non trovare una mediazione nell'interesse di tutti? È davvero così difficile ottenere palazzo Cusani dal ministero della Difesa? E serve un anno intero per dare una risposta definitiva sugli spazi della caserma di via Mascheroni? Quanto tempo ancora dovrà passare per aver una Pinacoteca in grado di esporre le sue opere oggi nascoste in cantina? Che cosa si deve fare per mettere ordine in un condominio dove i conflitti di competenze rendono impossibili le operazioni di pulizia straordinaria e la sporcizia imbratta persino la statua di Napoleone? È normale lasciare nel disordine, e con un cassone per l'immondizia, il viale di accesso all'Orto botanico voluto da Maria Teresa, uno dei giardini più belli d'Italia, salvato da un gruppo di pensionati volontari e inibito ai turisti che trovano da anni solo un cartello scritto a mano con gli orari di apertura? Per Brera, per la Pinacoteca, per l'Accademia, è necessario fare qualcosa. Ma anche per Milano, che a volte sembra mangiare se stessa in un immobilismo pubblico che contrasta con la vivacità di tante iniziative private. È questa la grande opera per il 2015 di chi governa la città: salvare Brera, l'Accademia e la Pinacoteca dalle risse di condominio, farla diventare una risorsa e non un problema. Per evitare che il caso diventi davvero la metafora di una città di solisti che non sanno fare squadra, e per arrivare al traguardo dell'Expo con un quartiere all'altezza della sua fama: da far vedere ai turisti di mezzo mondo, senza doversene vergognare per il degrado.