Una mostra sul suo amico Cascella. Nuove regole per le nomine. E opere popolari. Così il ministro vuole mettere le mani sulla manifestazione È da quando si è insediato al ministero dei Beni culturali che Sandro Bondi, tra un attacco all'arte contemporanea ("Sinceramente non la capisco e fatico a trovarvi segni di bellezza") e uno agli artisti ("Proni, servi, accattoni, animati non dal sacro fuoco, ma da un pregiudizio politico ostinato"), ha montato sulla Biennale una strategia del ragno da fare invidia alla ragnatela dell'argentino Tomas Saraceno, prima opera di grande impatto sul visitatore della 53 edizione al Palazzo delle Esposizioni ai Giardini. La battuta polemica lasciata cadere in un'intervista, la richiesta imperativa di una mostra su Pietro Cascella al Giardino delle Vergini, la nomina ministeriale dei curatori del Padiglione Italia con criteri dichiaratamente politici, l'esibita irritazione perché alla Mostra del cinema diretta da quell'impenitente maoista di Marco Müller, il 'Baarìa' di Tornatore prodotto dalla Medusa di Berlusconi non ha avuto neanche uno straccio di premio: uno dopo l'altro questi fili si appigliano su una pagina di giornale, s'aggrovigliano in una voce di corridoio su chi potrebbe prendere il posto di Paolo Baratta al vertice, si aggrumano in vaghi disegni sui futuri assetti della Biennale. Fino alle tre righe di un comunicato stampa ("È opportuno ripensare compiti e funzioni della Fondazione, tema sul quale da tempo ho avviato una profonda riflessione") che, tra mezze parole e levantini distinguo, mettono di fatto all'ordine del giorno l'ipotesi di un decreto per riscrivere per la terza volta in un decennio lo Statuto, mandare a casa con due anni di anticipo i 5 membri dell'attuale cda, completare lo spoils system con la nomina di un nuovo presidente allineato col ministro e il centrodestra. Tutto ammantato di nobili motivazioni culturali: esporre opere comprensibili al pubblico, far crescere giovani leve di artisti, recuperare la nostra tradizione figurativa, promuovere l'arte italiana nel mondo come Luca Zaia all'Agricoltura sponsorizza vini e formaggi della Penisola. Del resto il ministro, nella sua ultima versione 'feroce Saladino', l'ha urlato anche in tv: "Mi fanno schifo gli intellettuali, i radical-chic! La cultura deve avere per me una matrice po-po-la-re!". Un'arte comprensibile al popolo? In Biennale hanno buon gioco a snocciolare i semplici dati delle presenze. 66 Mostra del cinema: 55.232 spettatori, più 32 per cento. 53 Esposizione Internazionale d'Arte: 337 mila a due settimane dalla chiusura, già record di tutti i tempi, previsione finale sui 380 mila, 50 mila in più. Ai Giardini e all'Arsenale, dal nuovo bar permanente disegnato da Tobias Rehberger e premiato col Leone d'oro, all'Archivio già parzialmente restituito alla città, fino ai fantastici spazi appena recuperati dalla presidenza Baratta all'Arsenale e collegati dal nuovo 'ponte dei pensieri', scorgi orde di giovani e no, scolaresche, coppie, stranieri, altro che quattro gatti radical-chic. Non bastasse, la mostra è riuscita ad autofinanziarsi con incassi e sponsor per 8 dei 10 milioni di euro che è costata. Poi, come sempre, si discute sulle scelte della mostra 'Fare mondi' del direttore, lo svedese Daniel Birnbaum. "Ma non vedo cosa ci sia da cambiare nelle linee culturali della Biennale di questi anni: è e non può che restare una grande rassegna internazionale sullo stato delle cose, con la massima apertura verso le novità. Per il resto ci sono i musei", taglia corto Massimo Cacciari, che come sindaco di Venezia è d'ufficio vicepresidente della Fondazione la Biennale. "Se poi il mio amico Bondi vuole che il ministero conti un po' di più in Consiglio, parliamone pure. Ma non si dica che c'è sperequazione nei finanziamenti: se mettessi a reddito soltanto Ca' Giustinian, da poco restituita integralmente alla Fondazione, prenderei cash almeno 5 milioni di euro l'anno". E altri 2 milioni li dà la Regione. Quanto ad allontanare Baratta, già liquidato nel 2001 alla fine del suo primo mandato con una semplice telefonata dell'allora ministro Giuliano Urbani, dice Cacciari che "non ha il più remoto senso, sarebbe un autogol pazzesco". Ma come hanno preso corpo simili voci? È andata così: Franco Miracco, portavoce del governatore Giancarlo Galan, 'ministro della cultura' del Veneto e membro del cda della Biennale, se ne esce a fine ottobre con la richiesta di dimissioni di Giuliano da Empoli, in consiglio rappresentante del governo, ma nominato dall'allora ministro Rutelli. "C'erano chiacchiere su manovre per liquidare Baratta e, forse ingenuamente, ho sentito il dovere di creare un canale di conversazione tra Ministero e Biennale. In difesa di una presidenza che sta facendo cose eccelse, a partire dalla rivoluzione degli spazi espositivi e dal nuovo palazzo del Cinema e dei Congressi in costruzione", spiega oggi Miracco. In soldoni: diamo a Bondi la testa di Giuliano da Empoli, magari rinuncerà a quella di Baratta. Da Empoli non ci sta, replica durissimo, pare una commedia degli equivoci: "Penso che comunque l'approccio di Miracco sia sbagliato", spiega oggi: "L'idea che programmi, scelte e nomine della Biennale debbano essere concordati con (e in parte determinati da) la maggioranza di governo è assurda. Al contrario, è il ministero che dovrebbe sforzarsi di concertare con noi le mostre di sua competenza, anziché muoverci guerriglia e, come inopportunamente ha fatto, nominare su basi politiche i curatori del Padiglione Italia, quasi fosse una contromanifestazione. Di questo passo, con la visione che ha questa destra, tempo una edizione e la Biennale oggi ai vertici del suo prestigio finirà scollegata da tutti i circuiti e dibattiti internazionali". Bersaglio non sembra tanto il 43enne Luca Molinari (appena nominato da Bondi curatore del Padiglione Italia alla Biennale Architettura del prossimo agosto 2010 diretta dalla giapponese Kazuyo Sejima), quanto 'il duo Beatrice' che ha curato il Padiglione Italia alla Esposizione d'Arte: ovvero Luca Beatrice e Beatrice Buscaroli. "Non conoscevo il ministro, mi ha nominato al telefono dopo aver letto un mio articolo in cui difendevo le sue ragioni contro il sistema di un'arte elitaria fatta per tre persone anziché per il pubblico", racconta Luca Beatrice: "Ci hanno sparato addosso perché io scrivevo su 'Libero' e ora sul 'Giornale', e Beatrice è figlia di Piero (il musicologo di estrema destra, ndr). Noi pure l'abbiamo messa sulla rissa: rivendichiamo di essere qui anche perché rappresentiamo scelte politiche diverse dall'establishment di sinistra". Fulmini di guerra, invece tutto fila liscio. BB ottengono il raddoppio degli spazi, un'area chiave dell'Arsenale, la storica scritta 'Italia' che stava al Palazzo. Bondi ottiene l'ampia retrospettiva su Cascella, lo scultore che gli fece conoscere Berlusconi all'epoca il cui gli costruiva il cenotafio a Arcore e lui non era che il sindaco comunista di Fivizzano sull'Appennino. Col resto della Biennale, "né integrazione né sovrapposizione, e va bene così. Quanto a Baratta, ci ha sempre difesi: non penso di aver mai avuto un presidente migliore di lui", dice Beatrice. Gli scontri, semmai, sono coi critici d'arte. Che assai poco hanno apprezzato il Padiglione e il rosario di ben 30 artisti esposti sotto il titolo 'Collaudi. Omaggio a F. T. Marinetti'. "Ma sono un'esigua minoranza neppure pagante! Philippe Daverio? È solo invidia, pensava avrebbero chiamato lui, figuriamoci, con quei panciotti da personaggio di Molière di terza fila. Troppo figurativo in mostra? Ma è la nostra cultura cattolica, dunque iconografica, opposta all'iconoclastìa protestante dello svedese Birnbaum. E poi basta con l'arte contemporanea che lavora solo sui miti di se stessa, coi Manzoni, i Cattelan, i De Dominicis. Possono piacere o no, ma qui mostriamo opere, non racconti di opere". Almeno è una linea. E in difetto di dettagli del ministro sull'impianto culturale su cui ridefinire "compiti e funzioni della Biennale", teniamo buono quello dei curatori da lui scelti. "È una mostra romantica, persino decadente, con il senso della deriva dell'Occidente", sunteggia Luca Beatrice mostrandoti, accanto ai Sandro Chia, le figure umane scolpite nel legno di Aron Demetz della val Gardena, i microfoni del Titanic in Swarovski del saluzzese Nicola Bolla, il video dei fuochi d'artificio all'incontrario della torinese Elisa Sighicelli, le rovine di città riassorbite dalla foresta del fiorentino Giacomo Costa ("C'è un siciliano, ma sì, è una mostra un po' leghista"). Semmai non si capisce bene che c'entra il futurismo: più che un 'Collaudo' pare una rottamazione. Purché non succeda lo stesso alla Biennale. n