Assi monumentali, addio al maxipiano per rifare i prospetti". "Il nostro appello per la revisione del Ppe del centro storico". "Sorridere di Palermo per poterla digerire". "L' occasione perduta del Museo della città". Sono soltanto alcuni dei tanti titoli apparsi sui quotidiani locali nell' ultimo anno, come periodici segnali d' allarme. Da ognuno di essi vengono spunti reciprocamente integrativi. Vediamone alcuni. Il primo ci informò che il Comune aveva «accantonato l' intervento da 28 milioni per ridare una bella pulita alle facciate dei due assi monumentali», perché si preferì «passare da un sognoa un piano concretamente realizzabile... la riqualificazione delle piazze Marina, Bologni e della Vittoria». Ovviamente ci auguriamo di vederle, queste piazze riqualificate: ma intanto registriamo il fallimento del primo progetto e il rinvio a chissà quali risorse della "bella ripulita". Il secondo testoè l' accorato appello del Forum delle associazioni al nuovo assessore per il Centro storico, l' architetto Maurizio Carta, perché le norme, i regolamenti, le risorse da destinare alla città antica tengano conto della «sua identità fatta da innumerevoli stratificazioni storiche, sociali e culturali». Il terzo è la spietata analisi di Beatrice Monroy: «Palermo è un luogo dove non ha senso una delle parole fondamentali della civiltà occidentale contemporanea: professionalità... L' eccellenza dà fastidio, bisogna umiliarla e distruggerla. Qui deve esistere uno strato sociale bulgaro di tutti ugualie piuttosto scarsuliddi ». L' ultimo articolo è di Sergio Troisi, e prende spunto dalla notizia di questi giorni del «cambio di destinazione dell' ala dell' Albergo dei poveri di proprietà dell' Opera pia»: elencando, con quest' ultima, le progressive delusioni di chi ancora sogna «quella geografia museale essenziale per valorizzare il ricchissimo patrimonio culturale di Palermo». Non c' è da ricorrere a particolari investigazioni per rintracciare il filo che lega i testi che abbiamo citato, lo ritroviamo sempre nelle parole di Troisi: manca alla nostra città «la capacità di leggere la cosa pubblica non come un affaire assessoriale». Se ancora le associazioni sentono il bisogno di chiedere all' amministrazione comunale «di dare priorità indifferibile a un processo di conoscenza dello stato di fatto del centro storico»; se ancora nei quattro mandamenti si è lontani (quali che siano le percentuali di "fatto" e "da fare") da un recupero complessivo che assicuri futuro alla residenza (quella che vi ha sempre risieduto), alle attività commerciali, alle tante istituzioni scolastichee pubbliche che vi hanno sede; se ancora si cambiano i progetti soltanto «per non perdere i fondi», intervenendo senza una organicità, ad esempio, finalizzata al recupero di un intero mandamento; se ancora Palermo è agli ultimi posti di ogni possibile classifica in materia di "vivibilità" (e tralasciamo qui il tema Amia); quale miglior metafora, allora, di tutti questi "se" che la convivenza, in pieno Cassaro, dei ruderi di Palazzo Valdina con il recente e prezioso restauro di Palazzo Castrone Santa Ninfa? Manca ancora una assunzione di responsabilità per tutti gli errori, le omissioni, le "distrazioni" di fondi che prolungano indefinitamente le sofferenze del vivere a Palermo. Il futuro "breve" di Palermo richiede interventi urgenti, per evitare le gravissime e irreversibili conseguenze degli errori quotidiani: interventi che vedano anzitutto il coordinamentoe la partecipazione di tutte le forme "rappresentative", dalle associazioni alle organizzazioni di categoria; che conducano all' uso coerente delle ormai esigue risorse economiche, siano esse comunali, provinciali, regionali, statali o europee; che consentano di risolvere uno, almeno uno, dei tanti problemi della città. Gli autori sono componenti del dipartimento Beni culturali di Legambiente Sicilia