Galeotta fu la commode francese Luigi XV attribuita all'ebanista Antoine Robert Gaudreaus, ma non per il professor Andrea Carandini, Presidente del Consiglio Superiore dei Beni Culturali: «I Beni Culturali hanno problemi più gravi di questa commode francese. Poi ovviamente ci sono forze che se potessero svenderebbero tutto, contro cui Settis giustamente si batte e io al suo fianco. Ma non è il Ministro, né il Mibac né tantomeno il comitato chiamato in causa. Questioni del genere sono sempre complesse ma si corre a semplificare, da una parte il bene dall'altra il male: il bene coincide con la propria espressione, tutti gli altri sono venduti. Non funziona così». Insomma per il celebre archeologo italiano l'allarme lanciato dal direttore della Normale di Pisa, Salvatore Settis, in merito alla cessione del mobile francese, va ridimensionato. Esiste un partito della svendita? «No, non esiste. Però sò che finora non c'è stato contraddittorio. Nel senso che non c'è stata altra voce che Settis. Si dovrebbero invece sentire Carlo Bertelli, Marisa Dalai Emiliani, Orietta Rossi Pinelli e tutti gli altri membri del comitato tecnico scientifico per i beni storico artistici, persone di tutto rispetto, studiosi integerrimi che si battono da anni per la tutela, tanto più volontariamente, gratuitamente, lavorando in un comitato autonomo e indipendente dal ministero». Con quale obiettivo? «Lo Stato italiano non è uno stato brigante che cerca di accaparrarsi tutto quello che c'è. Deve riconoscere all'oggetto determinate qualità artistiche e l'appartenenza al patrimonio nazionale». Dopo il giudizio del Tar il comitato ha dovuto riesaminare la questone pi a fondo, finendo per riconoscere la non influenza artistica. Quindi il comitato aveva sbagliato anni prima? «Il vincolo va applicato quando è persuasivo, ma possono esserci delle circostanze che cambiano il giudizio. Il comitato ha agito per scrupolo di onestà, a distanza di anni ha smentito sè stesso ma dopo le perizie di Gonzales Palacio, uno dei massimi esperti del settore, successive alla sentenza del Tar. La premessa del vincolo, cioè che l'oggetto fosse influente per l'arte ebanista italiana, è caduta e il nuovo giudizio ha determinato di conseguenza il ricorso all'articolo del codice Mibac entrato in vigore nel 2004, che prevede appunto la revisione del vincolo. Trovo che tutto questo abbia una sua logica, ma allo stesso tempo penso che non sia stato capito bene». Tanto rumore per nulla? «Ho avuto l'impressione, il sospetto che dietro ci sia altro, una guerra di palazzo contro un alto funzionario del Ministero, un direttore generale assolutamente tra i migliori, che è responsabile burocraticamente della decisione, ma ha ottemperato al giudizio di un organo indipendente dal Mibac. Il dibattito culturare era più che lecito, influenza artistica e appartenenza al patrimonio. Ma non il sospetto che qualcuno ci guadagni. E il gusto degli italiani di semplificare le cose complesse per creare una ridda che non aiuta a perseguire gli interessi generali». Se volessimo individuare un punto debole nella tutela? «Nessun pericolo perchè la tutela è in mano allo Stato, per legge c'è un monopolio. Poi certo abbiamo pochi funzionari, molta burocrazia, ma esiste il diritto d'ispezione per i beni tutelati, come ultimamente per le carte del Vasari. Ma il ministero elefantiaco e burocratico, deve migliorare se stesso, con una autoriforma. Non è vero che non si possono fare riforme senza denaro. Noi facciamo questo per la gente, non più per i ricchi borghesi che avevano alle spalle il liceo classico di una volta. Valorizzare significa comunicare: non si può più dare per scontato chi sia l'imperatore Adriano. I beni culturali sono irriproducibili, sono l'unica cosa che la globalizzazione non ci pu togliere». E la commode? «Sono più preoccupato per il Piano Casa che può danneggiare il paesaggio. Se presto non ci sarà una consapevolezza che i beni culturali devono essere posti al centro della strategia nazionale con la ricerca, e non si daranno più fondi al Mibac, e non si integreranno i quadri, c'è il rischio che il ministero muoia». Addirittura? «I funzionari hanno 56 anni, tra dieci anni vanno tutti in pensione. C'è come una morte annunciata. Quello che spero è che di fronte alla grande emergenza ci sia un governo che se ne accorga. I prodotti italiani non so quanto potranno reggere la concorrenza asiatica, ma di certo nessuno pu copiare la nostra arte. Eppure il nostro resta un patrimonio non sfruttato. Si ricorre sempre al mattone, ma il mattone distrugge il futuro».