Cara Europa, mi spiegate questa guerra del comò che coinvolgerebbe l'ormai sconvolto ministro Bondi e alcune personalità della cultura? Pare sia originata dalla decisione del ministro di dichiarare restituibile alla proprietà, liberandolo dal vincolo, un comò Luigi XV del Collegio Romano, sede del ministero dei beni culturali, tenuto a battesimo, a suo tempo, da Giovanni Spadolini e ora in mano all'uomo di Fivizzano. Alla decisione si sarebbe opposto il padre nobile del nostro patrimonio artistico, Salvatore Settis. A suo giudizio, se rotoliamo su questa strada delle rinuncie, finiremmo nella fossa della dilapidazione. Mi spiace distrarvi da cose più importanti, ma sono le cose di cui si occupa il ministro della cultura: che in Italia dovrebbe essere il numero due o tre del governo. SALVATORE RUBINO, FIRENZE Caro professore, non dimentichi che siamo in mano al governo mercatore, come Parini definiva il suo Settecento, dove tutto era acquistabile e vendibile: proprio come oggi, donne, uomini, parlamentari, indulgenze e quindi anche il comò Luigi XV. Che, spiega Bondi sposando una tesi del grande Alvar Gonzales Palacios, «non ha alcun rapporto né con lo sviluppo dell'ebanisteria italiana né con la storia di questo paese e con le sue collezioni storiche. Sicché è da escludere che esso possa far parte del patrimonio artistico italiano». Anche se chi lo rivendica non garantisce che il bene resti a casa sua, in Italia. Certo, se il mio vecchio amico e maestro Giovanni Spadolini, creatore del ministero del Collegio Romano, avesse sentito parlare di ebanisteria, manco fossimo a Cantù, sarebbe morto d'infarto, prima che un altro male ne stroncasse la vita e la fulgida intelligenza laica. Ma credo siano fuori strada tanto Settis che Bondi: il primo per amore cieco, (come si dice degli amanti) verso tutti i gioielli del nostro paese, così numerosi che le cantine dei musei sono stracolmi di "oggetti" che non si possono esporre per mancanza di spazio. Né si possono vendere ai privati, affidandoglieli in uso e con divieto di farli uscire dal paese. Soluzione, questa, che a noi apparirebbe ragionevole, per salvare sia le esigenze di cassa in questo momento di crisi, per il desiderio di qualificati privati di avere in uso pezzi pregevoli, per la possibilità di tanti cittadini di ammirarli in casa di amici o in circoli o fondazioni. Sarebbe un modo anche per diffondere capillarmente l'amore per le cose belle, unica qualità che potrebbe riscattare gli italiani dalla miseria della ciclica prostrazione a un mito politico e ai suoi sacerdoti o gerarchi. Come Bondi. Che forse avrebbe qualche ragione nella "guerra del comò", se riuscisse a conciliare la tesi del Gonzales Palacios con quella dell'ufficio legislativo del suo ministero, che, in dissenso col Tar, sul comò giudica «obbligatoria l'adozione del provvedimento di tutela, secondo la specifica gerarchia dei valori fissata in proposito dal dettato costituzionale». Con questi personaggi c'è il rischio d' arrivare al 2012, film proiettato in questi giorni, che racconta la fine dell'umanità per lo slittamento dei poli e gli tzunami fin sull'Everest: vi sono alcune arche supertecnologiche predisposte sull'Everest per salvare campioni umani animali e vegetali scelti per la sopravvivenza delle specie. In questa seconda fine del mondo, non arriva la voce di Dio a Noè, ma quella dell'annunciatrice ai comandanti delle arche con l'ordine di salpare dai grandi governi del mondo (America, Cina, India, Giappone, Germania, Russia «e anche del governo italiano e del suo primo ministro»). Con la sala che si scompiscia tra urla e risate. E intanto il ministro dello spettacolo Bondi se la prende sul Foglio con scrittori, attori, registi, lirici, danzatori, definiti "schiavi, servi, proni", perché nella giornata dello Spettacolo al Quirinale hanno dialogato con Napolitano invece che con lui. Da un simile cervellino, difficile attendersi qualcosa di più della guerra del comò.