Un'inchiesta durata sette anni, 450 opere d'arte sospette e 390 di queste al centro di una battaglia tra i critici d'arte italiani più qualificati, arroccati su posizioni lontanissime, tanto che nemmeno ora la domanda ha una risposta certa: per la giustizia il caso è chiuso, ma quei quadri sono veri o falsi? Si è chiuso ieri davanti al giudice monocratico del Tribunale di Padova, Nicoletta Lolli, il processo ai cugini Giorgio e Werter Corbelli del gruppo Telemarket e a Pierpaolo Cimatti, amministratore di Monte Titano Arte: sono stati assolti, perché il fatto non sussiste, dalle accuse di ricettazione e commercio di opere false che erano state mosse nei loro confronti dalla Guardia di Finanza di Padova nell'ambito di un'inchiesta sulle televendite d'arte. L'origine della vicenda Le «opere false» avrebbero dovuto essere sessanta tele del pittore Michele Cascella e 390 del pittore Mario Schifano. Tutti i dipinti, di proprietà della società Artevalori, con sede a San Marino e riconducibile agli imputati, erano stati sequestrati il 12 marzo 2002 dalle Fiamme gialle nel caveau della Banca Antonveneta, nel centro di Padova, che li custodiva a parziale garanzia di un mutuo da 11 miliardi di lire. I Cascella erano presto usciti di scena, visto che ai Corbelli erano stati sequestrati nel 1995 ma se li erano fatti restituire dimostrando che erano così autentici da figurare sui cataloghi. Sugli Schifano si era concentrato il processo. I Corbelli li avevano valutati tra i 7 e i 40 milioni di lire l'uno e a quei prezzi li proponevano sul mercato. Nessuno era firmato, ma al processo erano state esibite la prova di autenticità e la ricevuta di vendita sottoscritta dall'artista nel 1996 e confermata dal suo segretario. A ritenerli falsi era stato per primo il professor Arturo Carlo Quintavalle di Parma, consulente del pm Paola De Franceschi: un giudizio senza appello, emesso sulla base del tipo di materiale, più che scadente, e per la mancanza di «pienezza pittorica». La difesa si era appoggiata a Vittorio Sgarbi. Al giudice, il critico aveva dichiarato che «poco importa sapere chi ha materialmente eseguito quelle opere, nate comunque da una stessa idea. Chi l'ha pensata? Certamente Schifano». Figlie di una overdose di tv, le aveva definite «opere da bambino deficiente,da catechista che rovina il muro facendo una sciocchezzuola. E più sono brutte, più sono sue. Il falsario tenderebbe ad abbellirle». Infine era sceso in campo Achille Bonito Oliva, ed erano state scintille: aveva definito le opere non solo «false» ma addirittura «oscene» e in alcun modo riconducibili a Schifano. Si era lasciato andare a un acceso confronto a distanza con Sgarbi: tra i due non corre buon sangue e Bonito Oliva aveva ricordato ai giudici che Sgarbi «non è professore», che «non ha mai incontrato Schifano in vita sua» e che, per inciso, «mi deve 50 mila euro per diffamazione ma non ha scucito una lira». Il pm aveva chiesto pene complessive per otto anni; è finita in assoluzione. Gli Schifano sono veri, anzi: non c'è prova che siano falsi.
PADOVA - Così autentici da sembrare falsi. Padova, il tribunale smentisce i critici: erano veri Schifano i quadri venduti in tv.
Un processo durato sette anni è stato chiuso davanti al giudice monocratico Nicoletta Lolli del Tribunale di Padova. I cugini Giorgio e Werter Corbelli e Pierpaolo Cimatti, amministratore di Monte Titano Arte, erano stati accusati di ricettazione e commercio di opere false. Le opere in questione erano 450 tele, tra cui 390 di Mario Schifano e 60 di Michele Cascella. I dipinti erano stati sequestrati nel 2002 dalle Fiamme gialle e poi sequestrati nuovamente. La difesa aveva affermato che le opere erano autentiche e che il professor Arturo Carlo Quintavalle aveva espresso un giudizio negativo sulla loro autenticità.
Artista / Persona
Bene culturale
Luogo