Il professore su Repubblica rilancia l'allarme della Melandri sulla svendita del patrimonio artistico italiano. Forse sulla commode francese ha preso un abbaglio, ma il tema resta controverso: come conciliare il diritto (privato) a vendere e la tutela (pubblica) culturale? il Riformista ha sentito Marchini, Di Castro, Bucarelli, Urbani. È come minimo un vero dib(b)attito perché potrebbe diventare anche uno scontro politico - quello partito ieri con un articolo su Repubblica di Salvatore Settis che tratta del famigerato comò che il Ministero dei Beni culturali vorrebbe «svendere» creando un pericoloso precedente nel settore dei mobili e dei manufatti artistici di alto valore, di cui è vietata l'esportazione. Dovrebbe esserci una precisazione, oggi, sullo stesso giornale firmata dal ministro in persona - dicono alcune fonti al ministero. Per ora l'articolo ha già prodotto una secca smentita da parte dei tecnici del Collegio Romano. Ma andiamo con ordine. E una storia complessa, in cui c'è pure in ballo un risvolto economicista, da una parte il ruolo pubblico vincolistico, dall' altra il diritto a vendere del proprietario. Tutto è partito con un'interrogazione parlamentare da parte di Giovanna Melandri, che il 9 novembre scorso denunciava al Ministro Bondi «il danno per il patrimonio artistico dall'esportazione della commode francese Luigi XV attribuita a Antoine Robert Gaudreaus del 1744», ma anche i rischi di una «prassi che a partire da un simile caso potrebbe avviarsi». Secondo Settis, poi, la rimozione del vincolo di tutela sul cassettone in questione sarebbe stata «più volte respinta dal Ministero (...) e ora accolta con una motivazione giuridicamente insussistente: il mobile non apparterrebbe al patrimonio storico artistico italiano in quanto di produzione francese». Apriti cielo: «E un incidente di percorso si chiedeva Settis o segnala all'interno del Ministero l'esistenza di un partito votato allo smantellamento delle norme di tutela?». Saranno dunque a rischio le centinaia di arazzi in musei, case private, chiese e musei,solo perché non di produzione italiana? L'ipotesi ha subito creato scompiglio nel mondo culturale italiano. Simona Marchini, che è anche collezionista, ha definito «spaventosa» questa «specie di svendita». Altri sono più cauti. Al Riformista Angelo Bucarelli, esperto d'arte e nipote di quella Palma Bucarelli prima sovrintendente donna nella storia italiana, dice: «Il problema mi sembra posto con superficialità. Di certo la tutela ha senso anche per le opere mobili come quadri, arazzi e pezzi d'arredo. In Italia abbiamo collezioni fantastiche. Ma abbiamo anche continua Bucarelli immensi depositi di opere che marciscono nei fondi di piccoli musei, che potrebbero essere tranquillamente vendute ed esportate, e magari risanare qualche cassa pubblica». Gli fa eco Alessandra di Castro, storica dell'arte e antiquaria. «In Italia abbiamo le leggi di tutela più rigide del mondo. Ed è giusto. E giusto quello che dice Settis, di certo non è che possiamo lasciar esportare dei Van Dyck solo perché non italiani. Bisogna però ricordare che la legge è molto precisa in materia, e permette di tutelare solo opere di eccezionale valore storico e artistico . Un comò dunque non solo dev'essere di grandissima fattura ma deve essere anche appartenuto a qualche personalità che ne giustifichi la notifica. Altrimenti siamo pieni di mobili importanti che però non hanno motivo di essere tutelati, e diventa un discorso puramente demagogico». Ancora più netto Giovanni Pratesi, presidente dell'Associazione Antiquari italiani. «Siamo preoccupati e seccati», dice Pratesi, «i luoghi comuni secondo cui gli arazzi delle nostre chiese sarebbero a rischio fanno parte delle ipotesi di cronaca più trite. Il sistema di tutele funziona eccome. Pensiamo solo che all'ultima Biennale antiquaria è stata proposta la notifica al Ministero di due maniglie di bronzo dorato del Settecento. Di cui secondo recenti studi si conoscono almeno 80 esemplari in circolazione». Lo stesso Urbani, padre della legge del 1991, si dice perplesso sull'ipotesi di Settis. «Significherebbe in primo luogo spogliare completamente Palazzo Chigi e il Quirinale, pieni come sono di arazzi fiamminghi. Dunque credo e spero che Settis verrà smentito dai fatti». E in effetti la smentita c'è stata. E pesante. In serata il Comitato tecnico scientifico per il patrimonio storico artistico e etnoantropologico del Ministero ha emesso una nota molto secca. Evento più unico che raro, perché si tratta di un prestigioso organo indipendente, i cui quattro membri sono nominati solo in parte da parte del Ministero (2 componenti) e per il resto vengono scelti tra docenti universitari e tecnici di chiara fama. Ma ieri il Comitato ha chiarito che quello di Settis è un abbaglio. Esso ha, si legge nella nota, una prima volta rifiutato la richiesta di togliere il vincolo al comò incriminato richiesta avanzata dalla proprietà, cioè gli eredi di quel banchiere Edmond Safra, morto misteriosamente a Monaco qualche anno fa. Poi però, dopo nuovi rilievi forniti da un'approfondita relazione di Alvar Gonzales Palacios, massimo esperto internazionale in materia, ha deciso di rimuovere il vincolo poiché il comò famigerato è arrivato in Italia solo nel 1962 - dunque «non ha alcun rapporto con lo sviluppo dell'ebanisteria italiana, ma anche con la storia di questo paese e con le sue collezioni storiche». Né questo comò ha «alcun legame con quelli conservati nella reggia di Colorno o al Quirinale», come alludeva Settis. «Si tratta quindi precisa il Comitato di un singolo caso specialissimo, che nulla deroga al validissimo principio generale per cui una cosa di artista straniero possa essere vincolata in Italia, conformemente all' art. 9 della Costituzione». Primo round, dunque, per il Ministero. Nella guerra del comò si attendono sviluppi.
Il cosmo sul comò. Vincoli patrimoniali. Settis contro Bondi.
Il professore su Repubblica, Salvatore Settis, ha scritto un articolo in cui sostiene che il Ministero dei Beni culturali sta per vendere un comò francese del XVIII secolo, attribuito a Antoine Robert Gaudreaus, senza vincoli di tutela. Settis sostiene che questo potrebbe creare un precedente per l'esportazione di altre opere d'arte italiane, anche se non di produzione italiana. Il tema è stato affrontato anche da altri esperti, tra cui Simona Marchini, Angelo Bucarelli e Alessandra di Castro, che hanno espresso diverse opinioni sulla questione.
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