Quando sarà passata l'estate, una notevole fetta dell'amministrazione della cultura a Roma avrà cambiato volto. Saranno andati in pensione, proprio ad agosto, sia Adriano La Regina, che dal lontano 1976 regge le sorti della soprintendenza archeologica di Roma (ovvero la più importante d'Italia e inevitabilmente del mondo), sia Alessandra Pinto, che dal 1995 guida la Galleria Nazionale d'arte Moderna a Valle Giulia. Sono due temperamenti diversi, così come le loro storie professionali hanno un retroterra differente (La Regina è quasi un tutt'uno con la storia amministrativa moderna di Roma, ha fatto i conti, da Argan a Veltroni, con sindaci comunisti, socialisti, democristiani, ora del centrosinistra, mentre la Pinto conosce bene la realtà del Nord). Ma sono accomunati da una stessa caratteristica: appartengono all'antica razza dei funzionari dei Beni culturali che hanno interpretato il loro lavoro come un incarico tutto particolare, legato com'è alla tutela del bene culturale comune. Inciampando nella retorica si potrebbe parlare di missione, ma sarebbero in troppi a sorriderne. Sia Pinto che La Regina sono, per fare un esempio, rigorosamente assenti da ogni serata «mondanamente corretta», e questo la dice lunga sul loro stile. Hanno una capacità non comune di lavoro, non sono mai stati nemmeno lontanamente sfiorati da un dubbio sulla loro onestà, pur maneggiando decine di milioni di euro dello Stato. La Regina è stato per decenni il «Signor no» dei sindaci di ogni colore, dai tempi dell'Effimero di Renato Nicolini fino ad approdare ai durissimi scontri con l'amministrazione Rutelli quando bloccò (per fortuna) il sottopasso davanti a Castel Sant'Angelo e riempì di ostacolilegati all'esigenza della tutela e non certo ai suoi umori come si disse in Campidoglio la realizzazione del mega-parcheggio del Gianicolo concordando con un altro oppositore che si chiamava, guarda un po', Giulio Andreotti. Pinto ha dalla sua altrettanti meriti: dalla risistemazione delle sale dell'Ottocento italiano alla creazione (lo ricorda Daniel Berger, ex responsabile del merchandising del Metropolitan Museum di New York e ora consulente del ministero per i Beni culturali) del primo book-shop reso possibile dalla legge Ronchey. Sembra una sciocchezza, a ricordarla oggi, invece fu lei a compiere il primo passo. Ma sono solo pochissimi esempi. Lascia una Galleria vitalissima, capace di attirare anche il pubblico dei non addetti ai lavori. Tra poco arriveranno le nuove nomine. Di cosa Roma abbia bisogno è chiaro a chiunque abbia a cuore il futuro della città. Certamente non occorre un «Signor sì» al posto di Adriano La Regina, un funzionario meno severo che dia il via libera a ogni grande opera. Roma è un caso culturale unico al mondo, e va consegnata ai posteri in ottimo stato. In quanto alla Galleria, non occorre un funzionario oscuro, atterrito dalla burocrazia e calamitato dal potere che può derivare dall'incarico. Sembra poco, invece per Roma è moltissimo.