Si conclude oggi l'operazione «Porte aperte» per il Maxxi (museo del XXI secolo) di Roma, in attesa dell'apertura definitiva nel maggio 2010 e a conclusione di una settimana inaugurata dal convegno «Exhibiting architecture» (10 novembre) che ha riunito nel vicino Parto della Musica un parterre eccezionale di critici, curatori, direttori di musei e di istituzioni d'arte e d'architettura. Attorno al discorso inaugurale di Barry Bergdoll (Moma, New York) si sono intrecciate le relazioni di Ole Bauman (Nai Rotterdam), Marie-Ange Brayer (Frac, Orléans), Dietmar Steiner (Architektur Zentrum, Wien), Mirco Zardini (Csa, Montréal), Aaron Betsky( Cincinnati Art Museum) oltre che i commenti e le provocazioni di Marco De Michelis, Franco Purini, Jean Louis Cohen, eccetera. Dal turbinio delle proposte delle osservazioni si capisce che non sarà facile il compito di Pio Baldi (presidente della Fondazione) e del direttore del nuovo museo (Margherita Guccione): non tanto o non solo per la complessa gestione di una macchina espositiva che pone ardue questioni per la peculiarità dei suoi spazi, ma soprattutto perché è risultato evidente come non sia possibile individuare una tipologia standard di museo d'architettura e come, a dispetto dei tanti discorsi sulla globalizzazione, i poli dell'attuale network internazionale portano tracce evidenti delle loro specifiche storie e delle diversità culturali e di sensibilità sociale dei contesti d'origine. Un museo, si è detto, persegue una mission che non può essere definita in astratto, ma riflette in qualche misura i radicamenti in un territorio intellettuale che definisce in generale l'attitudine di una società verso l'ambiente. Questo non vuol dire, naturalmente, che non ci siano delle funzioni condivise che contribuiscono all'identikit di un museo del XXI secolo aperto alle aspettative di un pubblico duplice: gli specialisti e i visitors generici. Ma serve anche a sdrammatizzare il mito fasullo della redditività del museo, stante che i benefici dell'azione culturale devono essere misurati non sul metro dell'economia monetaria ma su quello dell'economia progettuale che sono in grado di attivare e stimolare. Così il prestigio di una mostra non si valuta solo sulla base del numero dei visitatori paganti - frutto piuttosto di un'accorto politica di comunicazione e di gestione delle risorse - ma sulla credibilità scientifica e sul prestigio culturale che vanno al di là dello stretto tempo dell'esposizione. E quest'aura infatti che consolida e diffonde il brand dell'istituzione, aumentandone il peso nel mercato delle quotazioni internazionali.