MUSEI Zaha Hadid presenta la sua opera, aprirà nel 2010 Bianco, nero e grigio. Spazi ondulati, pavimenti che scivolano in pendenza tanto che si rischia il capogiro o, se si vuole, la sindrome di Stendhal. Perché il Maxxi di Zaha Hadid, oltre ad essere un labirinto luminoso, che simula i percorsi sinuosi della mente quando si perde in piacevoli ricordi, è un «oggetto» bellissimo. Seducente pur se sobrio, buca la fantasia. Così da far sospirare più d'uno dei suoi spettatori, affascinati dall'atmosfera zen che si respira al suo interno e allo stesso tempo spaventati dal suo possibile futuro: «E in uno spazio così cosa ci metti? Sarà difficile allestire opere...». È vero, la presenza dell'architettura è qualcosa di imponente eppure quel suo «pesare» ha un suo innegabile merito: far sentire il visitatore un cittadino del mondo. A Roma, non è una sensazione scontata. Ma questa volta, anche il New York Times, in una guida turistica proposta, ha segnalato la presenza della «nave» di Hadid sbarcata nella capitale e ne ha consigliato vivamente una visita. Il Maxxi è un ufo di cristallo e acciaio piombato dentro la città che offre generosamente allo sguardo la sua «pancia» bianca, al momento vuota. È il museo per le arti contemporanee della capitale che ha alle sue spalle una storia irta di ostacoli e battute d'arresto e che, alla fine, giunge al traguardo non senza polemiche, con notevole ritardo (ci sono voluti dieci anni e sei governi diversi) e un raddoppio dei costi previsti all'origine. Costato circa centocinquanta milioni di euro (con un ultimo colpo di coda che richiede altri consistenti fondi, assicurati dal ministero attuale), il museo prevede circa quattrocentomila visitatori l'anno e un avvicendarsi di almeno quattro grandi mostre nell'arco dei dodici mesi. Avrà le sue collezioni allestite in primavera - in molti sperano in un tandem tutto contemporaneo con il Macro - e aprirà i battenti definitivamente dalla fine di maggio. Intanto, il museo dona un assaggio di sé e della sua magnificenza in questo week-end, sia con le visite guidate che attraverso le performances di danza della compagnia di Sasha Waltz. I suoi ballerini accoglieranno il pubblico (da stasera e fino a domenica) con coreografie solitarie da scoprire fra le forme fluide e flessibili del Maxxi. L'idea che ha guidato l'architetta anglo-irachena nella realizzazione della sua creatura è stata soprattutto quella della «permeabilità», la medesima che vorrebbe applicare anche per l'altro progetto italiano in corso d'opera, il museo dell'arte nuragica di Cagliari. Hadid, che amò Roma fin da bambina, quando suo padre la portò in viaggio, è stata osannata ieri e applaudita a più riprese come una diva di Hollywood. Ha glissato elegantemente sui finanziamenti dati a singhiozzo, sulla lungaggine e le burocrazie folli che hanno interrotto più volte il suo «sogno» e ha chiesto soltanto una cosa in cambio che sarebbe assai cordiale, negli anni a venire, concederle: «Mi interessa vedere come verranno utilizzati questi spazi. Non voglio interferire, però mi piacerebbe essere messa a parte di tutto, essere tenuta in considerazione», ha affermato con una certa malizia. E a risponderle è intervenuto il presidente della Fondazione Maxxi, l'architetto Pio Baldi: «Non sarà un museo come gli altri, né un luogo dove esporre esclusivamente le opere d'arte. Piuttosto, sarà un laboratorio di ricerca per il confronto tra linguaggi contemporanei: design, moda, cinema, pubblicità dialogheranno con l'arte e l'architettura. Una fabbrica della creatività...» La sfida di Zaha Hadid sembra vinta senza riserve. L'architetta ha inventato spazi aperti e insistito su strutture morbide proprio là dove un tempo sorgevano edifici «fortificati» (le caserme militari dismesse e acquistate dal minsitero della difesa nel 1998, ben ventisettemila metri quadrati di spazi da gestire e far fruttare per la cultura) e inaccessibili. Per lei, quel museo che si articola in corpi geometrici come parallelepipedi e poi si inarca - al suo interno - in itinerari spiraliformi reincuneandosi all'improvviso nel cuore del quartiere Flaminio con vetrate in aggetto che danno le vertigini, lo spazio deve essere arioso, somigliare a un campus con diversi livelli «dall'effetto stratificato, con forma a L». Il Maxxi ha tutti i numeri per diventare un luogo imperdibile, romano e globale. Dipenderà dalle scelte future. Per la collezione, divisa fra opere d'arte e di architettura, a partire dal 2001 sono stati spesi venti milioni di euro. Ci sono stati molti acquisti e altrettante donazioni (si va dalla Beirut del fotografo Basilico al «flagellante» del sudafricano William Kentridge, dagli Sleepers di Francis Alÿs fino alla Widow di Anish Kapoor, passando per gli «storici» De Dominicis e Warhol e i più giovani Lara Favaretto, Grazia Toderi e Nico Vascellari). Un giorno, verrà il momento delle mostre. Alla fine, è emozionante anche vuoto. Ma è una provocazione: diamogli fiducia.
ROMA - Maxxi, quel campus proiettato nel futuro
Il Museo delle Arti Contemporanee (Maxxi) di Roma, progettato dall'architetta Zaha Hadid, è stato inaugurato nel 2010. Il museo è un labirinto luminoso con spazi ondulati e pavimenti che scivolano in pendenza, creando un effetto di vertigine. Il museo ha una collezione di opere d'arte e di architettura, con opere di artisti come Warhol, De Dominicis e Anish Kapoor. Il Maxxi è stato costruito su un sito di caserme militari dismesse e acquistate dal ministero della difesa. Il museo prevede circa 400.000 visitatori all'anno e avrà le sue collezioni allestite in primavera.
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