La cinquecentesca battaglia di Pavia, raffigurata nella serie degli Arazzi d'Avalos del Museo di Capodimonte, lascia il posto fino al 20 gennaio alle tessiture immaginate dall'artista di Johannesburg William Kentridge per Strade della città: mappe antiche, filate da tessitrici sudafricane, del Medioriente, la Palestina, Tebe, e poi l'Urss fino allo sviluppo geopolitico della città di Napoli, su cui si stagliano cavalli dalla sagoma nera, operai russi e Marx, in un angolo la scritta podestà cancellata per far posto a sindaco: «Porre figure su mappe storiche significa farle muovere lungo due dimensioni, lo spazio e il tempo - spiega Kentridge - Si tratta di figure antieroiche, in una crociata senza speranza attraverso la storia, cavalieri e cavalli in cerca di una terra promessa». Lo spazio della sala è scandito dai bozzetti e da piccole statue di cavalli sormontati da nasi, legate alla serie Horse e Nose tapestries, ma che richiamano anche I am not me, the horse is not mine, un'opera in forma di installazione video e di conferenza-performance prodotta e interpretata dall'artista sudafricano sabato sera al Madre. Il titolo del lavoro deriva da un'espressione contadina russa utilizzata per negare la colpa, citata anche da Bukharin nel processo intentato ai suoi danni da Stalin, e riprende il racconto di Gogol Il Naso. In scena Kentridge rappresenta il suo corpo e le ombre prodotte dalla proiezione del suo stesso corpo, altri William intenti a dormire, giocare e, infine, come Groucho Marx di fronte allo specchio, a cercare di mettere d'accordo tutte le immagini. Otto frammenti video proiettati simultaneamente, accompagnate e introdotte da una marcia di ottoni composta da Philip Miller, con citazioni da Shostakovich e ritmi Zulu.