L'intervento Stiamo vivendo il periodo più buio del nostro paese dal dopoguerra in poi perché la crisi non è solo economica ma anche etica e culturale, con tutte le problematiche conseguenti, e non sarà nemmeno di facile ed immediata soluzione. Perché siamo giunti a tanto? I motivi sono molteplici e complessi ma sono attribuibili in particolare a due pilastri portanti crollati miseramente negli ultimi decenni: famiglia e scuola: e, con essi, il valore formativo del rispetto dei ruoli, dei meriti, del collettivo, insomma dello Stato, anche se chi lo governa non ci sta dando certamente un buon esempio. Così proiettato il nostro paese sta ineluttabilmente piombando verso la decadenza e lo sfascio totale: solo una reazione determinata e corale ed una serie di riforme istituzionali e radicali da affrontare subito senza perdere ulteriore tempo potrà salvarci da questa fine. In molti ci stiamo domandando con sempre maggiore insistenza quale sia l'origine di questa «insensibilità popolare» nei confronti di un paese votato a primeggiare in tutti i campi ed oggi ridotto a trascurare o addirittura a vendere ciò che ha creato in centinaia di anni, distruggendo un patrimonio che tutto il mondo continua ad invidiarci e visitato annualmente da milioni di turisti. Siamo riusciti a diventare la sesta potenza industriale, pur non possedendo materie prime, e non riusciamo a conservare, valorizzare e «sfruttare» ciò che già possedevamo, il nostro «oro nero»: monumenti, musei, opere d'arte in generale; coste, mare, parchi e oasi naturali, montagne e colline con paesaggi unici ed intonsi. Dovevamo concentrare le nostre risorse sullo sviluppo di un'agricoltura industrializzata e di centri turistici di valorizzazione dei nostri monumenti, musei ed opere d'arte. Invece abbiamo tollerato passivamente o quasi la loro distruzione o il loro abbandono; stravolgimenti urbanistici e paesaggistici irrimediabili che hanno deturpato porzioni importanti e di rara bellezza del nostro territorio antropizzandolo in modo eccessivo. E Verona? Segue tale andazzo! Il Museo di Scienze Naturali continua ad essere diviso a metà e tale rimarrà ancora per molti anni: infatti le collezioni paleontologiche e preistoriche e quelle botaniche (ospitate a suo tempo a palazzo Gobetti venduto di recente) sono state trasferite nei magazzini dell'Arsenale rinunciando definitivamente alla soluzione ottimale e moderna del progetto Chipperfield che prevedeva la riunificazione. La Galleria d'arte moderna e contemporanea di Palazzo Forti non esiste più come centro di ricerca e di studio e, da quasi due anni, non ha svolto iniziative culturali in proprio ed ospita soltanto mostre organizzate da Istituzioni terze. La mostra in fieri di Camille Corot, artista noto ma non di primissimo piano, ci auguriamo non sia stata allestita più per ripicca politica compensativa del «fiasco» della proposta Goldin- Louvre dello scorso anno che per scelta di un percorso culturale. E' lecito domandarsi pertanto se, in un momento di grave carenza di risorse finanziarie, che hanno colpito in modo particolare il settore cultura, non sia stato un errore investire circa 2.000.000,00 di euro sulla mostra, giustificando l'iniziativa con i vantaggi, assai opinabili, che dovrebbero derivare da tale operazione, quando, per l'aumento di capitale di spettanza dell'aeroporto Catullo, il Comune, non avendo fondi a disposizione, si trova costretto ad attingere ai fondi triennali già stanziati per la sigillatura dei gradoni dell'Arena (fessurazioni, probabilmente, causate anche dalle vibrazioni dei concerti rock sempre più numerosi per far cassa e rimediare alle perdite subite dall'opera lirica) e per il restauro del palazzo del Capitanio dove dovrebbe trasferirsi appunto (ma chissà quando) il Museo di Scienze Naturali riunificato. Non si può più rimanere attoniti, senza reagire a questa gestione sconclusionata e negativa delle magre risorse finanziarie del nostro paese e della nostra città.