Bambini che giocano, si rincorrono, arrivano in bicicletta. Coppie di anziani. O anche coppie di giovanissimi armati di macchina fotografica digitale che scattano e scattano. Intere famiglie o gruppi di amici. Quando una collettività, spinta da istintiva curiosità, si impossessa di un luogo con spontanea familiarità, allora significa che quello spazio è già «diventato» un pezzo di città. Sta accadendo in queste ore sul piazzale d'ingresso del Maxxi, in via Guido Reni. Saranno stati i servizi dei telegiornali o le intere pagine dedicate da tutti i quotidiani. Fatto sta che il piazzale d'ingresso del nuovo Museo nazionale dell'arte del XXI secolo è già diventato meta di passeggiate, chiacchierate, piccoli idilli tra innamorati sui sinuosi sedili in pietra. Si sta insomma replicando ciò che è già avvenuto nei primi tempi della Città della Musica di Renzo Piano. Dapprima un cantiere nascosto dalle lamiere. Poi, lentamente, la costruzione. Alla fine una metabolizzazione così profonda e sincera da parte dei romani da non riuscire più a immaginare una Capitale senza il suo Auditorium al Flaminio. Infatti tutti gli studi dedicati dalla dirigenza della struttura musicale alla qualità del proprio pubblico concordano su un punto: sono in tanti a raggiungere la Cittadella di Piano non tanto o semplicemente per ascoltare musica ma soprattutto per «viverla », abitarla. Di qui la nascita di tante occasioni d'incontro (persino mercatini) che di musicale non hanno nulla. Con buona pace dei puristi della musica classica vissuta come «occasione sociale». L'ingresso dell'immensa opera di Zaha Hadid sembra fatta apposta per replicare quel successo. Ieri la colonna sonora era fatta di bambini che ridevano, cani che abbaiavano, trilli di telefonino. Tipico rumore di città al netto, ringraziando il cielo, del rombo del traffico. Suggerimento operativo ai vertici del Maxxi. Il fenomeno va cavalcato, «usato», favorito (in attesa dell'inaugurazione) immaginando servizi di accoglienza, soprattutto per i bambini. Insomma, il segnale non va respinto con la solita, burocratica diffidenza romana, magari chiudendo i cancelli. E se mai fosse possibile arricchire gli orari delle visite guidate, meglio ancora. Solo così il mega-museo di Zaha Hadid verrà «compreso» e, alla fine, anche amato com'è capitato all'Auditorium. In fondo qui parliamo del XXI secolo: un'era informale, quindi duttile e non immobile, come l'arte che il museo presto ospiterà.