IL MANOSCRITTO della Casanatense sparito al Vittoriano? Il rischio, gli esperti lo sanno fin troppo bene, è che venga fatto a pezzi e venduto pagina per pagina, e questo per un paio di buone ragioni: perché tutto intero è difficile che qualcuno lo compri, a meno che non vi sia a monte un'ordinazione precedente; e perché la pagina singola rende più difficile l'identificazione del pezzo come parte di un'opera rubata. Tutto questo facendo salva l'ipotesi che il codice botanico del 1770 dello studioso Liberato Sabbati, non sia già stato spedito all'estero. Fuori d'Italia sono numerosi i paesi dove gli estimatori di queste opere d'arte abbondano: si va dalla solita Svizzera al Giappone, dagli Usa alla Spagna, al Portogallo, alla Gran Bretagna. Intanto le indagini, affidate ai carabinieri del Comando Tutela del Patrimonio Culturale proseguono sperando nella tecnologia: l'imminente pubblicazione su internet delle immagini del codice - prevista per oggi la digitalizzazione della prima parte delle 90 pagine - e l'inserimento dello stesso nella banca dati internazionale delle opere rubate potrebbe bloccarne la circolazione. Altro lavoro quello d'intelligence, negli ambienti ristretti dei ricettatori di questo tipo di beni culturali. Tornando invece al tema della sicurezza, va detto che il furto in museo, a parte casi eclatanti e gravissimi come quello del Vittoriano, resta fra le operazioni più difficili per un ladro. Ben diverso il discorso, spiegano da sempre gli esperti dell'Arma, ad esempio nel 2002 l'ex comandante, il generale Roberto Conforti, per i furti nelle chiese. Che mantengono saldamente i primi posti nella classifica dei bersagli dei predoni dell'arte. Moltissimi nella storia i colpi all'ombra dell'altare. Senza voler scomodare il povero Bambinello rubato dalla chiesa dell'Ara Coeli e mai più ritrovato nonostante l'anatema collettivo rivolto ai delinquenti che lo sottrassero, anche altri sono stati gli episodi finiti sulle cronache. Ad esempio, lo scorso anno, la notizia di un furto nel cortile della chiesa di San Silvestre in Capite, nell'omonima piazza nel cuore di Roma: quale sparì addirittura un intero frontone di sarcofago, staccato da muro una decina d'anni fa. Il rettore della chiesa, Padre O' Brien, presentò la denuncia nel maggio del 2003. Altra e più fortunata storia, nel 2002, con le tele del Settecento rubate dalla chiesa di Santa Maria dell'Anima, a piazza Navona, e recuperate dai carabinieri del comando provinciale, oppure per il furto dello stesso anno in via del Governo Vecchio, irrisolto. La media di colpi nelle chiese del Lazio, commentava all'epoca il colonnello Gianfranco Cavallo, «è di un furto al giorno». Fra questi, cinque anni fa, anche un colpo eccezionale del quale si è parlato pochissimo e solo negli ambienti degli addetti ai lavori. L'ex direttore dell'Istituto Centrale per la Patologia del Libro, senza sbilanciarsi con dettagli che potrebbero compromettere indagini tuttora in corso, ricorda che «venne sottratto un pezzo preziosissimo. Il giorno dopo io stesso con due architetti dell'Istituto andai a verificare la situazione di quella importantissima struttura trovandola, come dire, piuttosto grave». Federici, narra una leggenda sulla quale O direttore sorride senza smentire, aprì una te-ca, prese un manoscritto di valore inestimabile e si fece ritrarre da una Polaroid col libro in mano. Quella foto si trova tuttora agli atti dell'inchiesta interna che il Ministero avviò sul caso. E meglio di ogni altra cosa racconta cosa vuoi dire parlare di «sicurezza» per le opere d'arte.