La fabbrica che getta veleni nel fiume. Quella che sorge su un terreno pieno di solventi. Quella dei rifiuti cancerogeni. Cresce l'allarme nel comune veneto di Rosà Non ghe xe pi fiuri, i ga inquina tuto: non ci sono più i fiori, hanno inquinato tutto. L'anziana donna siede sotto la tenda del comitato contro l'inquinamento nel triangolo dei veleni a San Pietro in Paerno, nel comune di Rosà, vicino a Bassano del Grappa. Da otto anni viene qui ogni giorno. Ha smesso di starci solo di notte, per paura delle violenze. Dopo che il presidente del comitato è stato picchiato a sangue ed è finito in coma. Le fabbriche sono tutte vicine, costruite fra i comuni di Rosà e Tezze sul Brenta. È qui che la concentrazione dei veleni è altissima: 170 microgrammi al litro di cromo esavalente, il più pericoloso, contro i 50 consentiti. Fa cadere i capelli, poi ti ammali di cancro. E di gente ne è morta, alla ex Galvanica. Finora sono stati accertati 21 decessi sospetti per tumore, riconducibili al lavoro. Rispetto al totale, si arriva a cinque volte la media nazionale. Il proprietario Paolo Zampierin è stato condannato per avvelenamento colposo. Ma, secondo gli abitanti del paese dove le margherite nascono gialle, non è stata fatta giustizia. La Procura di Bassano del Grappa aprì un fascicolo. Ma un anno fa il pm Giovanni Parolin chiese l'archiviazione. Non vi erano legami certi fra veleni e decessi, perché molti di quegli operai fumavano. E potevano, dunque, essere state le sigarette ad uccidere. Una beffa, per le vedove, che scesero in piazza. Come si può accusare il fumo, nel paese dove anche l'acqua della falda che si estende fino alla Laguna di Venezia, un tempi cristallina, oggi è scura? E inquinata. In 200 mila sono costretti a bere dalle tubature che pescano 40 chilometri più a monte, sul Cismon. E per non intossicare completamente il fiume Brenta e la laguna, è stato messo in funzione un sistema di13 pompe. Costano ai cittadini 750 mila euro l'anno, di cui 450 mila a carico del solo Comune di Tezze. Ma servono a portare l'acqua in superficie, abbassando la falda per tentare di salvarla dal veleno. Perché il pericolo è sotto terra. Ettolitri di solventi depositati negli anni. Come in un'altra ex fabbrica, la Orlandi. Da due anni è sotto sequestro, ma non c'è stato ancora un processo. La gente scende in strada, davanti a quell'archeologia industriale che infetta la sua terra. Il presidio sta di fronte alla zincheria Valbrenta, la terza fabbrica del triangolo della paura. Doveva essere alta una decina di metri invece è quasi il doppio. Il tribunale di Vicenza dice che il Comune s'è scordato di notificare l'abuso. A Roma il consiglio di Stato sentenzia: l'illecito non è più sanabile. E così il sindaco Manuela Lanzarin, deputata della Lega Nord, diventa il bersaglio delle interrogazioni parlamentari del dipietrista Antonio Borghesi. Di notte arrivano decine di camion, vanno avanti e indietro, per un mese intero. Scaricano qualcosa. Ufficialmente inerti, anche se un giorno dal terreno spunta una gelatina chiara. Pare sia cancerogena. Le margherite gialle ora crescono a due teste, come fiori alieni. Scatta la denuncia contro l'impresa che ha trasportato il materiale e in prigione finisce Beniamino Didonè, progettista e assessore all'Urbanistica all'epoca della costruzione della fabbrica. Con una beffa in più: il tribunale di Bassano procede contro i manifestanti e li condanna per aver piantato una tenda in strada. Un assist per il sindaco padano, che espropria il terreno e caccia tutti. Ma quella gente non cede. E la tenda è ancora lì. Come i casi di allergia, tosse, infiammazioni. Casi ancora da chiarire.