Mentre si accelerano e si intensificano il ritmo e la frequenza delle esposizioni, la situazione dei musei d'arte contemporanea ovvero delle strutture stabili non è certo rosea, nel nostro paese e particolarmente nella capitale: dove ha sede quello che fino a pochi anni fa era l'unico museo di questo profilo, la Gnam, ovvero appunto la Galleria Nazionale d'Arte Moderna e Contemporanea, con una storia a suo modo viva e intrigante, densa di polemiche ma anche di fondamentali e trainanti iniziative nel campo delle mostre; storia tuttavia venutasi improvvisamente ad estinguere da dieci anni a questa parte. Sono stati infatti, questi, anni occupati da un quasi totale silenzio del museo e da una mediocre «rivincita» espositiva delle collezioni del non eccelso Ottocento italiano su quelle del Novecento e delle avanguardie, venendo incontro ad anguste visuali «retro» tra piccolo collezionismo autoctono e modernariato. L'attesa era che le raccolte del XX secolo si ingrandissero, occupando uno spazio che l'Ottocento, da destinarsi ad altra e più idonea collocazione, avrebbe dovuto lasciare libero. (È Roma l'unica, grande città dell'Occidente dove la produzione artistica del XIX e del XX secolo è affollata in un'unica sede!). Si è invece assistito alla politica contraria, con il conseguente, progressivo affievolirsi del richiamo delle raccolte, aggravato dall'improvvisa, quasi totale cessazione dell'attività espositiva. Ciò peraltro ha trovato riscontro nella recessione dei visitatori, che a sua volta ha comportato la chiusura, per mancanza di ossigeno, del grande bookshop solennemente inaugurato nel 1995 sotto l'egida della «Réunion des Musées» francese, poi precipitosamente ritiratasi, creando delusione, disoccupazione e risentimenti sindacali. Non è venuta alcuna sostanziale compensazione a queste défaillance, di altre iniziative istituzionali sorte nel frattempo, a cominciare dalla pur importante e promettente creazione di una Direzione Generale per l'Arte e l'Architettura Contemporanee, che a onor del vero sembra impostata su intelligenti e produttivi binari, ma che necessita ancora di un lungo tempo per veder maturare i propri frutti. Per quanto riguarda, ancora a Roma, il MAGRO e il MAXI, secondo acrostici che scimmiottano formule di ben diversamente importanti musei stranieri, ovvero il Museo Comunale (d'arte contemporanea) e il Museo (d'arte contemporanea) del XXI secolo, il bilancio non è per ora incoraggiante. Il primo stenta ancora a decollare, a configurarsi anche fisicamente, dopo il reboante annuncio della sua nascita diversi anni or sono, il secondo insegue la pratica modaiola e miope di sostituire la fotografia alla pittura e scultura, come se queste ultime fossero davvero defunte, quando basta guardarsi intorno in questi giorni, solo tra Roma, Firenze e Napoli per constatare che scultori e pittori di altissima statura, da Mitoray a Mariani o a Kiefer, dispiegano una meravigliosa creatività, ben più avvincente degli anemici e snobistici parti meccanici o elettronici. (Intanto si temono, anche per la Biennale di Venezia, nomine avventurose e recidivamente modaiole, di critici «compiici» del cosiddetto, sciaguratamente mercantile sistema dell'arte). Nulli poi gli acquisti, e dunque i sia pure urgenti incrementi delle collezioni, nel caso della Gnam; tutti rivolti soltanto alle ultime leve presso il MAXI (che addirittura non riesce a spendere gli esorbitanti finanziamenti destinatigli!) e il MACRO, in modo da non soccorrere neanche minimamente il deficitario bilancio delle collezioni italiane di arte del XX secolo. I denari si spendono (e non solo a Roma, si vedano ad esempio gli scialacquanti, vertiginosi, ma non per qualità, acquisti dei musei torinesi), senza che i risultati si avvertano. Addirittura si è minacciato di sperperare qualcosa di prossimo ai cento miliardi di vecchie lire per demolire un ampliamento già quasi terminato della Gnam e storicamente illustre, per sostituirlo con uno più fresco di target e luccicante di firme dell'architettura internazionale, ma decisamente più sgarbato e di conio più vile. Quando con quella somma ancora si colmerebbero le avvilenti lacune della Galleria dal Futurismo alla Metafisica, agli anni Sessanta. Fortunatamente follie e cupidigie sono state per il momento frenate, grazie al blocco conseguito al mancato consenso del Comune di Roma. E le dimissioni del Soprintendente Sandra Pinto, che lascerà il 30 giugno prossimo venturo, fanno sperare che il progetto della infausta demolizione sia stato definitivamente accantonato. Queste dimissioni sono la notizia del giorno e l'esca di inevitabili pettegolezzi, ma, anche nel rispetto delle ragioni private, non interessa tanto conoscere le ragioni che le hanno provocate, quanto le prospettive per il futuro che, con un aggiornamento della politica istituzionale, potrebbero portare a un pieno recupero del prestigio di questo indispensabile Museo. Nominare alla direzione della Gnam nuovamente un burocrate, sembra davvero sconsigliabile. Esistono, è vero, buoni funzionar! nell'amministrazione dei Beni Culturali, ma anche il ricorso a direttori esterni prò tempore (in questo senso l'esempio del MAGRO e del MAXI è positivo) potrebbe rivelarsi funzionale, specie affiancandoli a una commissione nazionale o internazionale di esperti. Qui comunque l'intervento della già citata Direzione Generale per l'Arte Contemporanea potrebbe essere servire ottimamente di guida, sennonché la Gnam, in quanto composta di raccolte che non riguardano soltanto la seconda metà del XX secolo, non ricade sotto la sua giurisdizione, limitata (abbastanza assurdamente) a quest'ultimo periodo. Giurisdizione dunque eccessivamente striminzita, che bisognerebbe senz'altro modificare, dando più ampio mandato al titolare Pio Baldi. Credere che la «contemporaneità» si esaurisca negli ultimi decenni, è un errore di prospettiva dovuto a una carente conoscenza delle vicende che hanno dato vita a quella che chiamiamo «arte contemporanea». Questa è nata tra la fine del XIX e gli inizi del XX secolo, da una svolta profonda ed epocale nel modo stesso di concepire la creazione artistica, svolta che è l'unico, vero spartiacque con l'arte del passato. Non è possibile intendere le ricerche attuali, senza leggerle nella loro stretta continuità con tutta la storia delle avanguardie: che, benché ormai conclusa, non cessa di essere la premessa linguistica e concettuale di quel modo di fare arte oggi, che è caratterizzato da una pluralità di approcci e di tecniche («anche», certo, del video e della fotografia) corrispondenti ad altrettanti filoni del florido ceppo novecente-sco, ormai aperti come a ventaglio. È dunque da estendere a tutto il XX secolo la giurisdizione di una Direzione Generale per l'Arte Contemporanea, se si vuole perseguire una politica culturale corretta, strutturata nei suoi avanzamenti e non rivolta soltanto a lusingare artisti (ovvero elettori?) viventi.