"I lavori in corso, per loro natura non belli e instabili, sono la metafora del mio concetto di metropoli" Larchitetto Raffaello Scatasta dagli anni 80 è diventato il testimone della metamorfosi urbana E dagli anni Ottanta che larchitetto Raffaello Scatasta, marchigiano dorigine ma bolognese dadozione, ha abbandonato rendering e planimetrie per pensare e raccontare levoluzione della città, affidando questa riflessione al mezzo fotografico. Attivo nel gruppo di architetti «Città nuova» negli anni '60, impiegato negli uffici comunali negli anni '70, in cattedra come docente universitario, negli ultimi anni, chiamato da Roberto Scannavini, si è dedicato ad un lavoro di documentazione dei più importanti cantieri in città: i restauri di Sala Borsa, Santa Lucia, il Museo Archeologico, Palazzo Pepoli, Santa Cristina, Mambo e la costruzione della nuova sede del Comune. Immagini raccolte in alcune pubblicazioni edite da Skira, presentate recentemente alla Galleria Forni, che diventano simbolo e strumento di lettura per una nuova visione del sistema urbano. Con commenti non sempre positivi e laccettazione di unimmagine della città non proprio convenzionale. «La pratica fotografica mi è stata trasmessa da mia madre che vedo da piccolo in azione con le sue macchine - racconta - . In seguito, approdato alla professione di architetto, ho scoperto che i segni delle planimetrie e dei progetti erano marginali per la rappresentazione delle metropoli e ho pensato che più che ricorrere a descrizioni oggettive fosse più opportuno scegliere un racconto in una visione soggettiva: la fotografia si poneva quindi come uno dei possibili racconti della città». E dalla riflessione sul tema del paesaggio e del ruolo delle periferie (raccolta anche in un saggio collettivo come «La nascita della città post- unitaria 1889-1993» o «Fuori centro») Scatasta è entrato nei cantieri che proponevano un mutamento del contesto urbano, cogliendo le imperfezioni e il senso di precarietà, di movimento, di evoluzione che il contesto offriva. «I cantieri, per loro natura non belli e instabili, sono la metafora del mio concetto di città. Noi tendiamo a non vedere le cose che non ci piacciono nel tessuto urbano ma, ad esempio, piazza Maggiore non sarà mai vuota da presenze estranee allarchitettura, come in una cartolina ideale: ci sarà sempre un palcoscenico, o un nuovo cartellone, la presenza temporanea di oggetti. Io considero il palco non bello ma un elemento caratterizzante di cui tenere conto. Come le auto che una volta parcheggiate costituiscono un elemento urbano eccezionale per la sua forza, non in senso positivo o negativo. Ci sono certi elementi che tendiamo a rimuovere ma che in realtà si dovrebbero leggere come segni di vitalità. Nel centro storico ci sono le auto e i graffiti ma sono più violenti questi o i negozi che non appartengono alla storia? Perché questo sì e quello no?». Inoltre, secondo Scatasta, i «working in progress» sono chiavi per leggere meglio lopera degli architetti. «Capisco le ragioni del Mambo ma da un punto di vista architettonico il grande scalone che è stato abbattuto era un segno di Aldo Rossi, simbolo di un collegamento tra piani diversi, mentre quello che si è realizzato è una scala condominiale - commenta - . E ancora dalle foto che ho scattato durante ledificazione della nuova sede del Comune, una delle cose peggiori fatte non solo a Bologna, si vedono i limiti del progetto di Mario Cucinella che certo non ha il dono della leggerezza».
BOLOGNA - "Nelle mie foto levoluzione della città"
Raffaello Scatasta, architetto e fotografo, ha dedicato la sua attenzione alla documentazione della metamorfosi urbana di Bologna. Ha raccolto immagini dei cantieri di restauro e costruzione, come il Museo Archeologico e la nuova sede del Comune, e le ha presentate in pubblicazioni. La sua pratica fotografica è stata influenzata dalla sua madre, che era una fotografa. Scatasta considera la fotografia come uno strumento per raccontare la città in modo soggettivo, piuttosto che oggettivo. Egli ha scelto di catturare le imperfezioni e il senso di precarietà delle aree in costruzione, che per lui sono la metafora della città.
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