Ora, vederla ferita, da Perrone a piazza Bagni, mi turba e mi induce a ritornare a pensieri che da anni affido a questo giornale. Basti pensare che a Ischia un sindaco ha sbraitato contro la legge numero 1089 del 1939, che il legislatore fascista approvò per tutelare lo straordinario patrimonio paesaggistico dell'isola. Quel sindaco, laureato ma improvvido, sosteneva che quella legge costituiva non un privilegio, ma una sorta di discriminazione dell'isola nei confronti di altre aree d'Italia. La ragione: qui il condono edilizio, il cosiddetto condono ter, non è applicabile, proprio perché l'isola è soggetta a vincolo di tutela del suo prezioso paesaggio. Appunto. Il suo pensiero, qui a Ischia, è purtroppo condiviso da troppe persone. In nome di questi pensieri «intelligenti» si ottiene il consenso, che si fonda sul motto: «Consentire tutto a tutti!». Naturalmente alla base, certo, ci sono questioni epocali. Fino al 1960 l'isola di Ischia era prevalentemente agricola: i suoi terreni erano sapientemente coltivati, le sue terrazze, fino all'Epomeo, erano ben curate e sostenute da muri a secco, le famose «parracine », tutti i sentieri erano perfettamente manutenuti, le acque, quelle che non andavano nei campi, confluivano in canaloni che portavano al mare. La «rivoluzione » turistica è stata violenta, caotica e selvaggia: alberghi, case, stabilimenti, sono sorti alla rinfusa senza una programmazione e i servizi, intesi come rete viaria, fognaria, elettrica, sono seguiti in maniera precaria e non sempre efficiente. Chi si batteva per i piani regolatori, e io fra questi, veniva regolarmente battuto e messo all'indice, bollato come nemico dello sviluppo del turismo dell'isola. Nessuno, o solo pochi, ritengono che il patrimonio paesaggistico, rurale, agricolo, floreale sia anche uno strumento di promozione turistica. Così molti amministratori, a ogni segnalazione di inquinamento marino, si affannano a dichiarare che, come sempre, si ripete il miracolo: il mare non è inquinato, nonostante non ci sia un sistema organico di depurazione delle acque. La tesi è sempre la stessa: meglio tacere. Chi invece parla dei vari inquinamenti, compreso quello della criminalità organizzata invadente, viene considerato non una persona innamorata dell'isola, ma un nemico del suo buon nome. Poi accadono le tragedie: ieri Monte Vezzi con il suo carico di distruzione e di morte; l'altro ieri la spiaggia dei Maronti, con tanti morti, tutti stranieri; quest'estate la vicenda, senza vittime per fortuna, della Sgarrupata; oggi il dramma di Casamicciola assieme a tante frane più modeste in altri comuni, segno della «crisi» di tutto il territorio dell'isola. E oggi tutti hanno qualcosa da dire. Come sempre dopo, e senza vergogna. E si pensi che niente è stato fatto per le vittime e gli sfollati di Monte Vezzi, e sono passati già tre anni. Anna, così come tanti altri nel passato, sarà morta invano o potremo ricordarla come la vittima sacrificale della «svolta»? Certo è possibile, come molti si affannano a sostenere, che in questa tragedia la «mano dell'uomo» non c'entri, ma che non si faccia niente né per mettere in sicurezza il territorio, né per salvaguardare questo straordinario patrimonio paesaggistico è fuori di dubbio. E Ischia, nonostante la mano dell'uomo, appunto, continua a essere di una bellezza incomparabile.