Ormai è grande freddo tra il ministro per i Beni e le attività culturali Sandro Bondi e il presidente della Fondazione Biennale di Venezia Paolo Baratta. Risale a pochi giorni fa una gelida dichiarazione del ministro, quando il sindaco Massimo Cacciari aveva assicurato che non ci sarebbero state «spedizioni punitive» contro Baratta. Ha detto Bondi: «Sono e sarò estraneo durante tutto il mio mandato a qualsiasi pratica da "spedizione punitiva". Cosa diversa tuttavia è l'opportunità di ripensare ai compiti e alle funzioni di una importante istituzione culturale quale la Fondazione Biennale di Venezia. Compiti e funzioni sui quali, da tempo, ho avviato una profonda riflessione » . È il preavviso di sfratto per Baratta in vista della primavera, quando Regione e Comune di Venezia avranno cambiato inquilini? Bondi davvero non è, per temperamento, tipo da «spedizione punitiva ». Baratta scade alla fine del 2011. La mostra di Arti visive sta registrando un incremento del 14 dei visitatori rispetto al 2007. Presumibilmente chiuderà con una crescita di 50 mila ingressi rispetto al 2007 e di 100 mila sul 2005. La scorsa estate il «caso Venezia», come nuova meta del turismo culturale mondiale, è stato al centro di un ampio dibattito della stampa internazionale. Qual è il punto? È ideologico? La sola ipotesi di dipingere Paolo Baratta come un «uomo della sinistra» fa sorridere: ha il tipico tratto (lo dimostrò da ministro) del servitore dello Stato oltre le ideologie. Gli si rimprovera un eccesso di autonomia? Le grandi istituzioni culturali europee hanno da tempo sciolto i loro legami con la politica. In questo contesto, una sostituzione repentina avrebbe veramente il sapore di quella lottizzazione che Bondi ha sempre, e giustissimamente, combattuto per esempio nel cinema italiano. Meglio un «ripensamento» magari a due, forse sullo statuto e le regole. Meglio che il ghiaccio si sciolga e che il dialogo tra ministro e massima istituzione culturale italiana di respiro internazionale riprenda. Senza odiosi licenziamenti.