Al telefono, la prima reazione del professore Renda è di stupore. «Come, non esiste una legge per le biblioteche?». Lui è il decano dei nostri storici, ma non solo. È testimone privilegiato della storia siciliana dal dopoguerra a oggi, per molti anni è stato eletto all'Ars. Aggiunge: «Ci fu un momento in cui una legge stava per essere fatta, ci ho lavorato». L'incontriamo per una lunga chiacchierata, che parte dalle biblioteche e facilmente diventa un amaro bilancio della Sicilia di oggi. «Siamo negli anni 60 esordisce il professore. Io ero un comunista e per tante cose non contavo niente, ma avevo una certa influenza quando si parlava di cultura perché ero "quello che scriveva libri". Lavorai a tre disegni di legge: il primo, assieme al barone Agnello, fu sull'Orchestra sinfonica. Venne approvato per un voto. Inoltre preparai una legge sulla conservazione e la tutela di ville e castelli siciliani, che fallì perché gestita male. Poi cominciai a lavorare per regolamentare la situazione delle biblioteche». Perché non si arrivò mai a licenziare la legge? «Mi dovetti dimettere, c'erano le elezioni politiche e mi presentavo al Senato. Era il giugno del 1968, nei due anni precedenti avevo lavorato con i dirigenti delle biblioteche per la preparazione del disegno di legge. Una volta andato al Senato affidai a La Duca, che nel '67 era stato eletto col Pci, il compito di portarlo a termine. Poi, non so cosa sia successo». Mi sembra di capire che la sua era un'iniziativa personale. Lei lascia l'Assemblea regionale, e la legge sulle biblioteche viene dimenticata. «Sì, è così. Se ci fosse stato più tempo, se me ne fossi occupato prima, la legge si faceva. Fra le altre cose, volevo salvare il patrimonio librario confiscato alla Chiesa all'indomani dell'Unità. I libri erano nei magazzini, la biblioteca comunale di Palermo comprendeva un ' altra biblioteca segreta e inaccessibile. Se non ricordo male i libri erano ammassati nella chiesa di San Michele, una volta ci fu un'alluvione e i danni furono enormi». Tutti questi libri, che fine hanno fatto? «Non lo so, andai al Senato e smisi di seguire queste vicende. Tornato a Palermo ho ricominciato a frequentare le biblioteche, ma come semplice utente. Voglio ricordare che allora la Biblioteca era nazionale, ed io ero contrario a che diventasse regionale. Ma il personale voleva passare alle dipendenze della Regione, perché gli stipendi erano più alti». Lo Statuto, che dà alla Sicilia un'autonomia quasi statuale, si è rivelato un ostacolo. Non crede? «Lo Statuto venne fatto dai siciliani, la preoccupazione era quella di creare una barriera che difendesse l'isola dal vento del Nord. È la fotocopia in miniatura dello Statuto albertino, e c'è la mostruosità dell'articolo 14, quello che attribuisce alla competenza esclusiva della Regione tutte le materie fondamentali. Anche l'ordinamento delle biblioteche». Eppure lei è sempre stato a favore dell'autonomia. «Io sono per l'autonomia. Ma faccio Io storico, e lo Statuto è nato come elemento di conservazione, anche se i siciliani non ne sono per niente consapevoli. Volevano blindare la Sicilia. Col risultato che oggi l'Italia si è aperta all'Europa ma la Sicilia rimane chiusa, all'Italia e all'Europa. E si continua sullo stesso solco. Non si capisce che, se non si cambia, sempre più saremo prigionieri di una casta politica». Una casta politica che non sembra all'altezza della situazione. «Vorrei correggere quest'espressione. Abbiamo una classe politica che non capisce la cultura, però esprime la società che l'ha prodotta. Perché gli intellettuali siciliani sono un'aristocrazia molto qualificata, ma senza rapporti con la società civile. Restano estranei. Quella siciliana è una cultura straordinaria, senza alcun peso». Eppure si parla tanto di identità siciliana, la si sbandiera ad ogni passo. Non trova che ci siano delle enormi contraddizioni? «C'è attenzione per quello che fa immagine. Le biblioteche non sembrano abbastanza prestigiose, evidentemente. Così si trascura quella che è l'anima, l'essenza della cultura siciliana». La Biblioteca centrale di Palermo era uno degli istituti più prestigiosi d'Italia. Se lei dovesse tornare a pensare alla sorte delle biblioteche, che suggerirebbe? «Per prima cosa ci vuole una sede, quella attuale è una vecchia e infelice sistemazione. A Roma s'è costruita la nuova sede della Biblioteca nazionale, perché in Sicilia non si può fare? Nessuna regione ha così tanta storia come la Sicilia, e mancano le strutture essenziali. Abbiamo un prezioso patrimonio librario, si fa di tutto per ostacolarne la fruizione. E poi, naturalmente ci vuole una legge. Non sono all'Ars da 40 anni, mi sembra incredibile che non ci sia una legge. Che le cose siano rimaste per come le ho lasciate». C'è stato un tentativo, nel 1992. All'assessore Fiorino furono consegnate 50 mila firme. Anche allora c'era stato un appello, si chiedeva una legge per le biblioteche. Sono tante, 50mila firme. «Non significano niente, se manca una proposta di legge. Evidentemente l'assessore Fiorino non era la persona giusta per tale iniziativa. Ma cerchiamo di essere concreti. Bisogna trovare un partito, un deputato, insomma qualcuno che proponga la legge. Oppure, viste le attuali condizioni, si presenti una proposta a partire dall'iniziativa popolare. Anche questo si può fare. Per evitare che ancora fra 50 anni non ci sia una legge per le biblioteche».