Viale Augusto, 7 piante abbattute dopo laggressione del punteruolo rosso A rischio larea verde della Mostra Riforestazione, Nasti: vertice con la soprintendenza Erano collassate una dopo laltra nel giro di due mesi: 70 palme di Fuorigrotta se ne sono andate in un anno, le ultime sette ieri mattina. Tutte ammalate. È la triste sorte che accomuna le palme di Napoli a quelle di tutti i paesi del Mediterraneo. La sega elettrica le ha buttate giù, ridotte a cilindri senza vita, mangiati dal punteruolo rosso. Destinate al fuoco. Monconi trattati come untori del peggiore dei virus. Lennesimo banchetto consumato dal Rynchoforus ferrugineus, un cyborg degli insetti dalla corazza poco meno che metallica, che non viene scalfito da ciò che tramortisce gli altri suoi simili. Le hanno provate tutte. Pare che il morbo che sta cambiando volto al paesaggio di Valencia, Marsiglia, Bari, Palermo, Nizza, e che sta cancellando in sequenza il liberty napoletano e ora le "vedute" del Ventennio coloniale - non lasci scampo. Non necessariamente dobbiamo pensare a un futuro di conifere, però, per il verde di Napoli. Se allinsettaccio fa gola particolarmente la Phoenix (dalle foglie lunghe e frastagliate), laltra palma della macchia mediterranea, la Chamaerops (che le foglie le ha a ventaglio) non è tra le sue pietanze preferite. Perché non evitare di bandire questaltro tipo di palma dalla flora in uso? Da Palazzo San Giacomo lassessore allAmbiente Rino Nasti ha firmato il divieto di acquisto da due anni, e per sicurezza ha escluso tutte le palme. «Spiace vedere che invece i privati continuano a comprarne a Sharm el Sheik. In due anni gli abbattimenti pubblici sono stati alcune centinaia. La cura non esiste, si stanno cimentando da tutto il mondo. So di stregoni che offrono ricette miracolose. False. Ci sono prodotti che la Asl non ci lascerebbe mai usare, pericolosi per la salute pubblica e le altre specie animali. Premio Nobel a chi troverà il rimedio». Una "penicillina" del verde cè, ma non basta. Lo scorso anno, informano i giardinieri comunali, tra maggio e settembre in viale Gramsci furono trattate con un fitofarmaco sperimentato da una ditta di Cesena 20 phoenix: 12 salve, 8 no. La mortalità è alta, le sopravvissute hanno avuto fortuna. O le ha aiutate una gelata. Perché a quelle linsetto non resiste e qualche palma riesce a ri-germogliare anche sotto il cappuccio di morte messo dai giardinieri come da protocollo. «Irroravamo gli alberi con docce da 200 litri di acqua mista a medicinale», racconta Gennaro Russo, potatore di lungo corso dellUfficio Giardini. Ma non cè solo il problema dellestetica. Le minacce al paesaggio storico sono sempre più pesanti: ora, con il viale Augusto, è sotto tiro la direttrice che porta alla Mostra dOltremare, che fu popolata di palme come riferimento alle colonie dAfrica. Nasti prepara una controffensiva: «Abbiamo chiesto un incontro alla soprintendenza, vogliamo concordare la scelta delle piante autoctone in base al previsto piano di riforestazione di 1700 alberi». Lasciare le palme, cambiando varietà per confondere le idee al punteruolo? «Sarebbe opportuno creare una commissione europea, promossa dalla soprintendenza o dalla Regione - suggerisce Maria Luisa Margiotta, la paesaggista autrice di tanti restauri di giardini e parchi storici - è un problema che non riguarda solo Napoli, e coinvolge botanici, agronomi, conoscitori di storia della città e paesaggisti».