La seicentesca dimora dei Savoia restituita all'antico splendore incassa ogni anno 14 milioni Due sarebbero state, in fondo, le alternative possibili: un bellissimo monumento «alla memoria » oppure una fuga in qualche terra lontanissima, tipo Australia o Nuova Zelanda. Mentre si prepara ai prossimi appuntamenti (la mostra che si inaugura il 27 novembre dedicata agli ordini cavallereschi dall'antichità fino ad oggi e l'attesa riapertura a marzo delle scuderie juvariane con una mostra sul volto di Gesù) Alberto Vanelli, direttore della Reggia di Venaria Reale, ricorda la sua prima reazione quando gli venne proposto il recupero di un gioiello d'arte e d'architettura abbandonato da decenni, la Venaria appunto. «Ho pensato: è una cosa pazzesca dice . Poi, alla fine, ho accettato. Solo che mi sono anche detto: se tutto va bene, mi fanno una lapide; se tutto va male, non mi resta che la fuga». Quella di Venaria Reale è la storia di una dimora sabauda seicentesca trasformata oggi «in un unicum dal fascino straordinario» che ha finora attirato dalla sua riapertura quasi un milione di visitatori letteralmente affascinati dalla reggia ma anche dal suo contorno: i suoi giardini (il Parco alto e quello basso), il suo borgo e le sue scuderie. «Tra tutte le meravigliose residenze di piacere, in cui Sua Altezza Reale il duca di Savoia si reca abitualmente per ristorarsi dalle fatiche, la più importante e meritevole di essere visitata è quella che viene chiamata Venaria Reale, distante più di tre miglia da Torino. Fu il duca Carlo Emanuele II che le diede questo nome, perché riteneva che quella fosse una zona in cui si sarebbe potuto praticare la caccia secondo lo stile dei re»: con queste parole il Theatrum Sabaudiae , monumentale opera a stampa (con 142 tavole illustrate) presentava le magnificenze di questa residenza. Che oggi è diventata un vero e proprio caso, non soltanto culturale: «Qui stiamo sperimentando il primo modello in Italia di gestione da impresa applicato ad un museo assicura Vanelli . E le cifre sembrano darci ragione». Il business annuale della Venaria si attesta intorno ai 14 milioni di euro, sette dei quali (dunque il 50), derivati da attività «interne» (il Louvre, tanto per fare un esempio, si ferma al 35-40). In meno di due anni dall'inaugurazione, Venaria si ècosì «arrampicata» fino al quarto posto fra i musei italiani più visitati: «Certo sarà dura arrivare al terzo ammette , d'altra parte si tratta degli Uffizi». Vanelli si entusiasma ancora parlando di come è cominciata, nel 1996, quest'avventura (che ha da subito coinvolto Regione, Comuni, Provincia, Soprintendenze, Ministeri eprivati): «Una sera molto tardi Walter Veltroni, in Piemonte per le politiche, venne accompagnato qui da un gruppo di abitanti di Venaria e di volontari che si occupavano di quello che all'epoca non era altro che un rudere senza speranza. Non c'era, naturalmente, elettricità e Veltroni, con l'allora presidente della regione Enzo Ghigo, fece il giro della reggia alla luce delle fiaccole. Ne rimase letteralmente estasiato e qualche tempo dopo, in televisione, si ricordò di quel gioiello dimenticato che, secondo lui, avrebbe potuto trasformarsi in una Versailles italiana. E promise: se divento ministro della cultura sarà la prima cosa di cui mi occuperò». Veltroni, poi, sarebbe effettivamente diventato ministro della cultura, ma sul momento «sembrò essersi dimenticato della Venaria Reale». Fino a quando, io e Ghigo, venimmo convocati a Roma. «E tutto cominciò. Il budget iniziale? Due-trecento miliardi, equamente divisi tra noi e le istituzioni » (anche se poi, è lo stesso direttore a dichiararlo, « sarebbero stati otto anni di ansia e di incertezze»). La formula vincente della Venaria è oggi quella di essere, come spiega Vanelli, «una reggia contemporanea con la sua Wunderkammer , con la sua camera delle meraviglie dove, accanto alle opere d'arte più classiche, si possono trovare 'gioielli' della contemporaneità. E non solo: qui c'è anche un laboratorio di restauro all'avanguardia, di fatto il terzo polo italiano per il restauro, dopo gli istituti di Firenze e quello di Roma». Dunque, una contaminazione eccellente tra mostre d'arte (la più visitata finora è stata quella dedicata ai tesori ritrovati dell'Antico Egitto), architettura, eventi e ricerca applicata che ha saputo accomunare Peter Greenaway e Gae Aulenti, Max Vignelli e la storia di Casa Savoia, le installazioni di un protagonista dell'arte povera come Giuseppe Penone (che per il giardino, tra il Parco Alto e quello Basso, ha creato installazioni affascinanti come Pelle di Marmo , Albero Giardino , Disegno d'acqua ) e i banchetti privati (magari con tanto di concerto barocco). «Prima non c'era che il vuoto. E c'erano due grandi problemi: da una parte la complessità della struttura, dall'altra, come intervenire, conservando oppure reiventando. Alla fine abbiamo deciso di restaurare ricreando, senza però dare alla Reggia la dimensione statica di un museo. Oltretutto non c'erano più gli antichi arredi divisi tra Quirinale, palazzo reale e Palazzo Pitti». Come è stato possibile? «Puntando prima di tutto sulla bellezza e sulla unicità degli spazi, con i suoi stucchi e la sua luce. In qualche modo, abbiamo trasformato la Venaria in una quinta eccellente». Dove, conclude Vanelli sono finora «passati » otto mostre, 150 concerti, 130 balletti «e molto altro ancora». Come la cucina d'autore: qui, come nei «posti di ristoro» delle altre regge sabaude restaurate, a cucinare sono solo gli chef eccellenti, quelli con le stelle, naturalmente della «Guida Michelin».
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La Reggia di Venaria Reale, una dimora seicentesca dei Savoia, è stata restaurata e riaperta al pubblico, attirando quasi un milione di visitatori. Il direttore, Alberto Vanelli, ricorda la sua prima reazione quando gli fu proposto il recupero della reggia, che pensò fosse "pazzesca". Tuttavia, dopo un budget iniziale di 200 miliardi, la Venaria è diventata un unicum culturale e economico, con un business annuale di 14 milioni di euro. La reggia è stata trasformata in una "reggia contemporanea" con la sua Wunderkammer, una camera delle meraviglie che accoglie opere d'arte e "gioielli" della contemporaneità.
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