BIENNALE Un profilo del nuovo direttore giapponese Tutti gli atout di Kazuyo Sejima La nomina di Kazuyo Sejima a direttore della prossima Biennale di Architettura di Venezia è una notizia importante, una di quelle che hanno il potere di scuotere gli architetti da quell'aria di déjà vu, o déjà entendu che solitamente li caratterizza. Tradotti nel linguaggio della comunicazione, i tre requisiti di Sejima - l'essere una donna, l'essere architetto e l'essere giapponese - significano prima di tutto non-uomo, non-critico-curatore, non-eurocentrico. La scelta di una donna sembra sia stata una assoluta priorità: lo lascia pensare il fatto che Kazuyo Sejima è stata nominata da sola nonostante dal 1995 firmi le sue opere maggiori insieme a Ryue Nishizawa come studio Sanaa. Inoltre, il fatto che la scelta sia caduta su un architetto, dopo una serie di critici e curatori (Deyan Sudjic, Kurt Forster, Ricky Burdett e Aaron Betsky) lascia immaginare che questa dodicesima edizione della Biennale sarà focalizzata sullo spazio architettonico piuttosto che sulla scala urbana. Così, contrariamente a quanto era implicito nel motto di Betsky - «Architecture Beyond Buildings» - di nuovo si tornerà a parlare proprio di edifici. Per finire, anche la provenienza di Kazuyo Sejima dal Giappone è significativa, se è vero che nella percezione comune il paese del Sol levante è visto come il più occidentalizzato dei paesi orientali, ma sotto il profilo dell'architettura è fondamentalmente un universo a sé, rappresentando una cultura autorevole come forse nessun'altra al mondo. Tuttavia, nemmeno i tre requisiti elencati sono sufficienti a spiegare il fremito di sorpresa e l'aspettativa creata dall'investitura di Sejima. Tra le donne sarebbe stato facile pensare a Zaha Hadid, che inaugura proprio in questi giorni il Maxxi a Roma, o - se proprio si voleva scoppiare una coppia - a Elizabeth Diller di DillerScofidio: di grandi e famosi architetti in lista d'attesa ce n'era naturalmente un'infinità. Ma Sejima sfugge all'etichetta, che pure in questi giorni le è stata affibbiata, di archistar, pur avendo progettato e costruito musei, uffici e molto altro in mezzo mondo, pur avendo insegnato a Princeton e Losanna, avere vinto il Leone d'Oro nel 2004 per l'opera più significativa e realizzato il prestigioso padiglione della Serpentine Gallery nel 2009. La sua fama è quella di una persona geniale, rigorosa, raffinata, ma non ha oltrepassato (fino ad ora) la soglia del circuito internazionale dell'architettura, e il suo personaggio non ha il glamour tipico dei lifestyle magazine, che mettono insieme architetti, grandi attori, calciatori, cuochi alla Ferran Adrià, facendoli opinare su qualsiasi argomento dello scibile. Nessuno potrebbe rimproverarle la minima sbavatura o una qualsiasi manifestazione di arroganza, approssimazione o falsa coscienza. Dal 21st Century Museum of Contemporary Art di Kanazawa, che le è valso appunto il Leone d'Oro, al New Museum di New York, dal magnifico palazzo Dior a Omotesando, che riuscirebbe a trasformare in fashion victims anche le persone più sobrie, ai tanti padiglioni effimeri o permanenti immersi nel verde, gli spazi progettati da Sejima non sono semplicemente trasparenti, leggeri, funzionali, e non sono riconducibili alla pura etichetta minimalista. Sono caldi, poetici, emanano una intelligenza inesauribile nel definire le relazioni tra interno ed esterno, corpo ed edificio. Sono il risultato di un'idea di progetto libera da qualsiasi traccia di storicismo: per Kazuo Sejima «un edificio è in definitiva l'equivalente del diagramma dello spazio utilizzato per descrivere astrattamente le attività quotidiane che vi si svolgono». Una definizione così radicale di edificio è utile per scartare le congetture più banali riguardo al preteso «ritorno all'architettura» della prossima Biennale, che difficilmente somiglierà a una trionfale sequenza di modelli in scala. Paradossalmente, la sua estraneità al circuito curatoriale potrebbe rivelarsi un vantaggio in termini di libertà di scelta e tradursi in un rialzo della posta sul fronte critico. Su questo stesso vantaggio non potrà invece contare Luca Molinari, chiamato a curare il Padiglione Italiano. La sfida per lui è molto più complessa proprio perché, sotto tutti i punti di vista, una figura come la sua era predestinata a questa nomina. Responsabile scientifico per l'architettura e l'urbanistica alla Triennale dal 2001 al 2004, editor delle collane di architettura a Skira, direttore della galleria milanese Fmg, Molinari insegna Storia dell'architettura contemporanea alla Seconda Facoltà di architettura Luigi Vanitelli di Napoli ed è uno dei critici che ha seguito più attivamente le vicende dell'architettura italiana degli ultimi anni, con uno sguardo attentissimo alle nuove generazioni. Dall'istituzione della Medaglia d'Oro per l'architettura italiana alla Triennale, nel 2003, ai premi Ernesto Nathan Rogers per la critica e la comunicazione d'architettura (nella X edizione della Biennale, 2006) e Jean Tschumi Uia Prize per la critica architettonica (2008) ha curato innumerevoli mostre, dibattiti, numeri monografici di riviste internazionali sul panorama italiano contemporaneo.
VENEZIA - Biennale. Tutti gli atout di Kazuyo Sejima
La Biennale di Architettura di Venezia ha nominato Kazuyo Sejima, una giapponese, come nuovo direttore. La sua nomina è stata vista come una scelta importante, poiché è la prima donna a ricoprire il ruolo e rappresenta una cultura autorevole. Sejima è nota per la sua rigorosità e raffinatezza nell'architettura, e la sua nomina è stata vista come un segno di libertà di scelta per la Biennale. Il suo personaggio è considerato geniale e non ha il glamour tipico dei lifestyle magazine. La sua architettura è caratterizzata da spazi caldi e poetici, che definiscono le relazioni tra interno ed esterno. La sua nomina è stata vista come un rialzo della posta sul fronte critico.
Artista / Persona
Bene culturale
Luogo