«Inviteremo una ventina di persone, grossi nomi dellarte italiani e stranieri. E poi, prima di Natale, presenteremo il "bambino", ovvero il nuovo direttore». È di ottimo umore il presidente Giovanni Minoli, dopo il cda del Castello di Rivoli che si è tenuto ieri pomeriggio, preceduto da una serie di sondaggi con personaggi del mondo dellarte torinese - da Danilo Eccher a Ida Gianelli, Francesco Bonami e Beatrice Merz - e internazionale, come Rudi Fuchs, numero uno a Rivoli negli anni 80, Nick Serota e Manuel Borja-Villel, ai vertici della Tate di Londra e del Reina Sofia di Madrid. «È un consiglio bellissimo, con gente simpatica e intelligente, in cui regna un buon clima». Presidente Minoli, che cosa avete deciso per la nomina del direttore? «Abbiamo deciso i criteri e la procedura da seguire. Invitiamo unampia rosa di nomi segnalati da grandi del mondo dellarte. In questo mi ha dato una grossa mano lattuale direttrice Carolyn Christov Bakargiev, che io ho fortemente voluto al mio fianco, data la sua grande qualità umana e professionale. Ma i nomi, sia chiaro, non devono uscire. Essendo io un candidato naturale a tutto quanto si propone in giro, conosco la sofferenza di chi si vede indicato a sua insaputa. E siccome esiste il detto di non fare agli altri quello che non vorresti fosse fatto a te, io non lo faccio». Tutto segreto fino a Natale allora, nonostante da tempo si facciano ipotesi e supposizioni? «Sì, anche perché noi invitiamo tutti quelli che ci sono stati segnalati, nei quattro continenti. Ma non si sa se questi accetteranno o meno. Partirà a breve una prima richiesta, in cui si chiede se sono interessati. Si danno loro tre o quattro giorni per decidere e, se sono daccordo, li invitiamo a stendere un progetto local e global, perché il Castello di Rivoli deve essere fortemente radicato sul territorio e aperto al mondo. Poi ci saranno i colloqui individuali e quindi si deciderà, come le ho detto, per Natale». Sembra di capire che cè un grande investimento sul museo, anche da parte sua. È così? «Sì, questa è, come si dice, Torino che "bogia". Sono felice di essere tornato in questa città, in cui la mia famiglia è radicata da generazioni. Anche se nessuno è profeta in patria, devo dire che questa vicenda del museo di Rivoli mi sta appassionando».