Il suo motto era semplice: «Il restauro è un trauma che lascia segni inguaribili. La miglior cura è la prevenzione ottenuta con una periodica manutenzione». Dieci anni dopo la sua scomparsa (morì nel 1994 a 69 anni), Giovanni Urbani resta l'interlocutore polemico e «scomodo» che fu in vita. La sua biografia descrive da sola il personaggio: entrato all'Istituto centrale per il restauro nel 1945, percorse tutta la carriera interna (da restauratore a funzionario) fino a diventarne il direttore nel 1973. Se ne andò nel 1983, sette anni prima della scadenza del suo incarico (chi altro lo farebbe mai?) perché nessuno dei suoi progetti proiettati verso il futuro, incardinati sul principio della conservazione programmata e della protezione dal rischio ambientale, venne approvato. Ieri la Scuola normale superiore di Pisa, diretta da Salvatore Settis, gli ha dedicato una giornata di studi intitolata «Giovanni Urbani e la conservazione programmata del patrimonio artistico». Ha introdotto lo stesso Settis, poi sono intervenuti il ministro Giuliano Urbani (solo una casuale omonimia), Bruno Zanardi, che fu suo allievo all'Istituto e ora insegna Teoria e storia del restauro a Urbino all'Università «Carlo Bo», e Rita Cassano, in passato impegnata all'Istituto. Elisabetta Pallottino (dell'Università di Roma tre) ha parlato del restauro architettonico secondo Giovanni Urbani. Massiccia la presenza del dicastero per i Beni e le attività culturali: il direttore generale per i Beni architettonici e il paesaggio, Roberto Cecchi, l'attuale direttore dell'Istituto centrale, Caterina Bon Valsassina, e quello dell'Opificio delle pietre dure di Firenze, Cristina Acidini Luchinat. La giornata è servita proprio a riproporre il «metodo Giovanni Urbani», cioè la prevenzione. Allo studioso e al teorico erede di Cesare Brandi si devono due formidabili intuizioni scientifiche. Il «Piano pilota per la conservazione programmata dei beni culturali», che risale al 1976, e soprattutto la mostra del 1983 intitolata «La protezione del patrimonio monumentale dal rischio sismico». Nelle ore del terremoto di Assisi molti studiosi sostennero che, se ci fosse stata la prevenzione suggerita da Urbani, i danni sarebbero stati minori. Nessuna sua proposta si concretizzò come scelta di governo del settore. Per questo lasciò l'incarico, sbattendo non metaforicamente la porta. E ieri, a Pisa, la sua filosofia è tornata al centro del dibattito proprio mentre l'Italia è attraversata da un numero di campagne di restauri senza precedenti, grazie all'aumento dei fondi nazionali, regionali e degli enti locali. Interventi che molto spesso aprono dure polemiche per una qualità non episodicamente discutibile. Ha commentato Settis: «Oggi molti dei problemi da lui posti si rivelano di giorno in giorno sempre più attuali. Ma è il suo metodo che dobbiamo cogliere e porre in evidenza, indispensabile e difficile combinazione di due fattori: da una parte l'evolversi continuo della società per la crescita economica e dall'altra l'unità del patrimonio storico, di quello artistico e dell'ambiente, del contesto complessivo in cui il patrimonio è collocato e si sviluppa». Il ministro Giuliano Urbani ha promesso due interventi nel nome di Giovanni Urbani: «Oggi rispondiamo, vogliamo rispondere alle sollecitazioni che ci vengono dal lavoro e dalle esperienze di Giovanni Urbani. Penso a due iniziative. Da una parte la costituzione, presso il Dipartimento per l'innovazione e la ricerca, di un gruppo di lavoro, cui sin da ora invito a far parte Zanardi e Settis, che operi, tenendo massimamente conto delle indicazioni di Urbani, sulla progettazione della conservazione del patrimonio artistico. D'altra parte mi farebbe molto piacere istituire un Premio alla memoria di Urbani destinato ai restauri di eccellenza. Creare un riconoscimento internazionale per dar vita a una competizione costruttiva in un tema così delicato». Ha sottolineato Bruno Zanardi: «La lezione di Urbani è ancora intatta. Fu il primo a far intervenire nelle opere dell'Istituto centrale del Restauro e su istituzioni universitarie enti privati, enti pubblici, scienziati di diversa natura, in funzione dell'obiettivo finale: rispettare il patrimonio artistico, valorizzarlo, operare affinchè sia posto nelle migliori condizioni nel contesto in cui si trova e per il quale è stato creato. Ai funerali di Giovanni Urbani, lo Stato era assente. Un atto di rifiuto verso il suo approccio, verso il suo metodo. Oggi è importante che lo Stato sia qui presente con il ministro Giuliano Urbani. Questo può significare che c'è una diversa disponibilità e una diversa considerazione del suo esempio».