Il Piano casa e l'ex Bella Italia. Un paese fondato sulla cementificazione Ogni Regione fa per sé: per il Governo e per i costruttori è un grosso incentivo all'economia, per le associazioni ambientaliste è un «condono edilizio preventivo», che viola la disciplina europea Roma. Sono 11 le regioni italiane che fino a questo momento hanno approvato il Piano casa, voluto dal governo (anche se un decreto legge ancora non c'è) a inizio anno e normato a marzo grazie a un accordo-quadro nella Conferenza Stato-Regioni: a esse si aggiunge la Provincia autonoma di Bolzano, mentre una dodicesima regione, le Marche, lo sta per rendere pubblico (previsto un meccanismo piuttosto oneroso per chi voglia ristrutturare o ricostruire: se l'intervento non rispetta standard ordinari il proprietario deve cedere al Comune un'area pari a quella che ha in deroga). La questione è invece ancora in discussione nelle altre regioni: Campania, Friuli Venezia Giulia, Liguria e Sardegna, mentre in Sicilia quest'estate se n'è discusso all'Assemblea regionale ma poi la norma è stata ritirata dall'Assemblea legislativa. Procede dunque piuttosto spedita la definizione di quella che da molte parti viene considerata un'ulteriore cementificazione dell'Italia, possibile anche se forse non probabile nei termini catastrofici denunciati da chi è contrario: gli aumenti di cubatura possibile stanno tra il 20 e il 35 (si giunge al 60 nel Lazio se è prevista la «delocalizzazione dal mare e riconversione a uso turistico» dell'edificio), ma le domande presentate da aprile a oggi sono state poche. Se i contrari, da Legambiente (il presidente della sezione lombarda Damiano Di Simine critica aspramente il piano della Lombardia: «È uno dei peggiori d'Italia dal punto di vista delle garanzie: ha permesso di fare aumenti di volumetrie indifferenziati o demolizioni e ricostruzioni con criteri poco chiari») a Italia Nostra, da Fai e Wwf a Salvatore Settis, parlano di «cementificazione» i promotori dell'iniziativa, in testa il premier Berlusconi, il ministro dell'Economia Tremonti e gli imprenditori dell'edilizia, parlano al contrario di «grande possibilità per fare ripartire l'economia dopo la crisi». Chi ha ragione? Quel che è certo è che la Conferenza Stato-Regioni, fatti salvi il divieto di intervento nelle aree protette e nei centri storici, ha portato a una specie di «federalismo» negli incentivi all'edilizia. «Non bastano gli appelli, attacca Alessandra Mottola Molfino, presidente di Italia Nostra (cfr. lo scorso numero, p. 1). Non daremo tregua ai distruttori del nostro territorio e dei nostri meravigliosi paesaggi «sensibili». I piani casa e le Grandi opere sono i veri nemici del nostro martoriato territorio». Ma i contrari sono molti altri: «Ogni Regione, dicono Giulia Maria Crespi, presidente del Fai e Fulco Pratesi ex presidente del Wwf Italia, su un tema così cruciale fa da sé in totale assenza dello Stato. È anche violata la disciplina comunitaria in materia di valutazione ambientale strategica e in più i comuni faranno deroghe totali ai loro piani regolatori. È un condono edilizio preventivo». Anche Legambiente si è scagliata, l'estate passata attraverso un corposo dossier, contro il piano casa: «È un sostanziale fallimento, avremo un sistema di regole diverso Regione per Regione e si tratta di una scorciatoia per risollevare le sorti del mercato edilizio dopo 10 anni di espansione edilizia che ha portato a costruire 3 milioni di nuovi alloggi». L'articolo integrale è disponibile nell'edizione stampata de Il Giornale dell'Arte
Il Piano casa e l'ex Bella Italia. Un paese fondato sulla cementificazione
Il governo ha lanciato il Piano casa, un programma voluto dal premier Berlusconi per stimolare l'economia attraverso la costruzione di nuovi alloggi. 11 regioni hanno già approvato il piano, mentre altre, come le Marche, stanno per renderlo pubblico. La norma prevede aumenti di cubatura tra il 20 e il 35% e deroghe ai piani regolatori comunali. I contrari al piano, come Legambiente e Italia Nostra, lo considerano un condono edilizio preventivo che viola la disciplina europea e la valutazione ambientale strategica. I promotori del piano sostengono che è una possibilità per fare ripartire l'economia dopo la crisi.
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