Il cambio di destinazione di unala dellAlbergo delle povere azzera i progetti Lapertura al pubblico nell88 come contenitore espositivo lo candidò a soluzione delle tante carenze di spazi Il caso di Palazzo SantElia La notizia del cambio di destinazione dellala dellAlbergo dei Poveri di proprietà dellOpera Pia, da attività assistenziali a un non meglio precisato centro direzionale sovracomunale, approvata dal consiglio comunale lo scorso 30 ottobre, mette la parola fine a un dibattito pluridecennale: da quando cioè un articolo pubblicato sul quotidiano "LOra" al momento della acquisizione dellaltra ala da parte della Regione, lasciava intravedere sontuosi scenari futuribili in cui il grande edificio settecentesco sarebbe diventato sede di un polo museale di grandi potenziali. Era linizio degli anni Ottanta, il decennio cioè in cui mostre e musei divennero business e soprattutto carta di consenso politico ed elettorale, e da allora è passata molta acqua sotto i ponti. Anche per ledificio progettato da Orazio Furetto e completato sotto la direzione di Venanzio Marvuglia e Nicolò Puglia, sebbene, in questo caso, il corso delle acque ha presto assunto landamento stagnante così tipicamente palermitano, privo cioè di una capacità di visione, di una strategia di intervento in grado di leggere il patrimonio monumentale del passato in chiave di prospettive urbane di medio e lungo termine. Già al momento della sua prima apertura al pubblico nel marzo 1988, con una mostra di Fernando Botero sponsorizzata (prassi allora inedita per Palermo) dallItaltel, i grandi saloni e il cortile porticato fecero fantasticare molti sulle possibili destinazioni, dalla Galleria darte moderna allora in cerca affannosa di una sede adeguata a Centro darte contemporanea in un momento in cui questa iniziava a guadagnare una ribalta più vasta, da ampliamento delle collezioni della Galleria regionale della Sicilia a Museo della Città, come auspicava Rosario La Duca. O magari, perché no, più funzioni espositive e museali adunate nello stesso luogo - gli spazi lo permettevano - con la chiesa del cortile centrale dingresso a fungere da fulcro ordinatore dei percorsi. Condizioni perché questo si potesse realizzare erano i lavori di restauro e di adeguamento e lacquisizione dellaltra ala ancora di proprietà dellOpera Pia. La direzione comunque, con tutte le cautele e i salutari scetticismi che simili imprese comportano in Sicilia, sembrava comunque tracciata. Invece nulla: da allora lAlbergo dei Poveri ha funzionato a intermittenza - brevi fulgori e lunghe bonacce di chiusura - con mostre di valore discontinuo (attualmente è in corso quella dedicata al patrimonio artistico trafugato e quindi recuperato), senza alcuna programmazione né un organismo istituzionale (ente, fondazione, consiglio di amministrazione) preposto al suo funzionamento, come sarebbe necessario per una architettura di simile ampiezza e qualità. Lindignazione generale ha fatto scampare il pericolo, negli anni Novanta, di una sua parziale destinazione a uffici della Soprintendenza, ma i recenti lavori di restauro non hanno previsto laspetto basilare degli impianti necessari a destinazione museale per cui, eventualmente, occorrerà tornarci daccapo con un altro finanziamento. E, infine, la notizia dellaltro giorno che nei fatti ridimensiona di molto, se addirittura non azzera, lipotesi di un polo museale dotato di ragionevoli ambizioni, costringendoci a continuare linterminabile e ormai stucchevole tetris (in mancanza di interlocutori minimamente credibili) dei musei cittadini: dove collochiamo il Museo della Città, e quello dedicato alle Arti decorative, e quello del Settecento, cioè quella geografia museale essenziale per valorizzare il ricchissimo patrimonio culturale di Palermo? Il fatto che la Regione abbia inviato, per la delibera del consiglio comunale, un commissario ad acta conferma come non si sia trattato di una sbadataggine o di un incidente di percorso. In questa assenza di progettualità la Regione Sicilia è del resto in buona compagnia: lamministrazione comunale tenta di liberarsi del padiglione maggiore dei Cantieri culturali alla Zisa offrendolo in bando di gestione ai privati, e si tratta dello stesso edificio industriale per il quale (era il 2001) Eva Di Stefano aveva elaborato un articolato e complesso progetto per un Museo darte contemporanea e dentro al quale il sindaco Cammarata si era fatto fotografare festante al momento dellinizio dei lavori. Né notizie più rassicuranti giungono da palazzo SantElia, proprietaria la Provincia, che dopo tre o quattro inaugurazioni e lexploit di "España" che si auspicava foriero di solide avventure espositive, è subito ripiombato nella solita imperscrutabile e vivacchiante mediocrità. Portoni chiusi, insomma, su via Maqueda, laddove si era parlato di una filiale del Guggenheim o almeno dellequivalente delle Scuderie del Quirinale. Ma per questo, si sa, occorrono idee, strumenti, e soprattutto la capacità di leggere la cosa pubblica non come un affaire assessoriale ma come una occasione per la città. Altrimenti, come in questo caso, continueremo a fare i conti con lennesima opportunità perduta.