Torrenti e pozzi prosciugati: un disastro I lavori sono andati avanti con tanti problemi: crepe e infiltrazioni nei pavimenti e nelle volte delle gallerie Il termine tecnico è "ammalorata". Una parola che nel corso degli ultimi dieci anni è stata ripetuta tante volte, riferita alle gallerie dove si sono aperte crepe e dove l'acqua ha bagnato pavimenti e volte. L'associazione fiorentina di volontari Idra, che ha passato ai raggi x la costruzione della Tav nel tratto appenninico, non si è mai stancata di denunciare. Affiancata anche da associazioni ambientaliste e politici, fra cui Marco Carraresi, consigliere regionale Udc, che raccontò di quando bambino andava a pescare in Mugello. «Ma oggi - diceva a fine 2006 - non si può più fare perché i fiumi sono secchi». Opera mastodontica e strategica la Tav toscana, che fra un mese si collegherà ai grandi corridoi europei: alta velocità per i passeggeri e alta capacità per le merci. Ma il Mugello, che dalla metà degli anni '90 ha subito l'esplosione delle mine e il rumore dei "martelloni" con cui si perforava il ventre dell'Appennino, ha contato tanti danni: dall'intercettazione delle falde acquifere per arrivare all'essiccamento dei torrenti. Un danno anche economico se si pensa a due settori importanti come l'agricoltura e la zootecnia. A cavallo fra il 2006 e il 2007 il problema del danno ambientale emerse in tutta la sua drammaticità. Il Carzola, uno di quei tipici fiumiciattoli che gorgogliano a mezza montagna, non aveva più un goccio d'acqua: l'alveo era diventato un acciottolato bianco che lo faceva assomigliare ad un sentiero da trekking. Di danni alle fonti idriche superficiali e sotterranee - ricordava Idra nel marzo 2007 - se ne sono contati a bizzeffe, compresi quelli a cinque acquedotti. E poi - proseguiva l'elenco - una settantina di sorgenti danneggiate; oltre 40 pozzi inservibili; una ventina i torrenti, i fiumi e i fossi prosciugati. Senza dimenticare l'impatto alle acque sotterranee di falda. Fu in quel periodo che il presidente della Regione Claudio Martini si recò, insieme ad alcuni assessori e tecnici regionali, nei cantieri della Tav: qualche settimana prima una lettera e un programma tv avevano scatentato un putiferio politico. Il primo riferimento era alla galleria di Firenzuola, lunga 15,285 km, dove si stavano demolendo e rifacendo alcune centinaia di metri di rivestimento nel tratto compreso tra la finestra di San Giorgio e l'imbocco sud vicino all'autodromo del Mugello, nei pressi di Scarperia. Alla fine si era arrivati a circa 1500 metri di lavori-bis. Il secondo riferimento era al tunnel di Borgo Rinzelli, dove si stava rimuovendo il pavimento. Crepe e infiltrazioni, quindi, non solo alla volta delle gallerie, ma anche all'arco rovescio, cioè al calpestio delle stesse. «Problemi da ricercare - dissero Tav e Cavet (il realizzatore dell'opera) - nella composizione morfologica dell'Appennino». Ma già nel 1999, proprio a Firenzuola, si era verificata una cascata eccezionale d'acqua all'interno dello scavo: fu l'inizio degli ammaloramenti e dei danni ambientali.