Intervista a Lorenzo Giusti, pratese, curatore del nuovo Centro d'arte contemporanea di Firenze PRATO. Parla anche pratese il nuovo Centro per l'arte contemporanea di Firenze "EX3". Lo scorso 29 ottobre è stato inaugurato un nuovo spazio espositivo nel viale Giannotti a Gavinana, 1400 metri quadrati tutti dedicati alle mostre personali e collettive di artisti internazionali, giovani e meno giovani. Uno dei curatori è Lorenzo Giusti, un pratese doc di 32 anni. Nonostante la sua giovane età, ha alle spalle un percorso universitario e di ricerca nel campo artistico da fare invidia: prima la laurea in Storia dell'arte a Firenze, poi la Scuola di specializzazione nella stessa disciplina a Siena, dove sta terminando la Scuola di dottorato in Storia della critica d'arte del XX secolo. E in tutto questo non sono mancati periodi di approfondimento a Parigi e a New York e importanti esperienze di curatela di mostre come la Biennale di Monza, TusciaElecta nella campagna fiorentina e senese, "Green Platform" a Palazzo Strozzi a Firenze, solo per citarne alcune. Sei legato alla tua città? «Nascere e abitare a Prato per me è stato fondamentale. Ho frequentato assiduamente il Cid, la biblioteca del Museo Pecci, uno spazio unico in Toscana e in tutto il centro Italia e per la sua importanza deve essere valorizzato. Sono molto legato a questa città. Da qualche anno abito in centro e il Loris è il mio bar. Dopo una giornata in giro, è piacevole tornare qui». Anche il tuo percorso come curatore parte da qui? «Sono presidente della Associazione Spaziorazmataz, che ha sede a Prato. Le prime esposizioni sono state fatte nell'enoteca di piazza Mercatale. Siamo stati bravi a presentare mostre di alto livello (Blu, Ericailcane, Pietroiusti...). L'associazione collabora oggi con le istituzioni pratesi, per esempio con il progetto "Territoria4"». Come sei arrivato a Firenze? «E' un caso che ora sia a Firenze. Nel 2003, durante la manifestazione "TusciaElecta", ho conosciuto la curatrice Arabella Natalini. Da subito è nata una forte collaborazione e quando è uscito il bando di assegnazione per la gestione del nuovo Centro per l'arte contemporanea abbiamo deciso di partecipare. Abbiamo unito il nostro progetto a quello di Sergio Tossi, ora direttore del nuovo spazio, e la commissione ci ha premiati». Di cosa ti occupi a EX3? «Qui ho un incarico come curatore per tre anni, eventualmente rinnovabile per altri tre. Mi occupo, con Arabella, di valutare e scegliere le migliori proposte artistiche nazionali e internazionali. Siamo partiti con due artisti rappresentativi della scena contemporanea, Julian Rosefeldt e Ian Tweedy. Il primo realizza video-installazioni straordinarie, concettualmente elaborate e esteticamente forti. L'altro presenta invece "70 Zeppelins", un'installazione composta da 70 disegni raffiguranti dirigibili e realizzati ciascuno su un diverso supporto». EX3 sarà in competizione con il Museo Pecci? «EX3 e il Pecci hanno due missioni diverse. Il Pecci è un museo regionale, a capo della rete regionale del contemporaneo, di cui fanno parte EX3, Palazzo Fabroni a Pistoia e il Centro Strozzina di Palazzo Strozzi di Firenze. Noi invece lavoreremo come una kunsthalle tedesca, non avremo una nostra collezione, privilegeremo la sperimentazione e avremo attenzione verso i giovani artisti, ma anche verso coloro che hanno un curriculum più strutturato». Come vedi il tuo futuro? «Precario! Come quello di molti della mia età. Questa per me rimane un'occasione importante. La sfida sarà tutta nel far uscire le persone dal centro di Firenze e convincerle a venire nel nuovo spazio per l'arte contemporanea a Gavinana». E il futuro di Prato? «Prato, nonostante la crisi, offre un ventaglio di proposte ampio e interessante dal punto di vista culturale. La città ha investito tanto negli ultimi anni in attività legate al contemporaneo, non soltanto con il Museo Pecci e il Metastasio, ma anche attraverso le numerose associazioni presenti sul territorio. Sarebbe un errore per la città se essa ripiegasse sulla tradizione. Negare la vocazione contemporanea di Prato significa mettere in discussione la sua stessa identità. La città dovrebbe riscoprire l'orgoglio della propria "contemporaneità" e comunicarlo all'esterno. Lo stesso Museo Pecci dovrebbe fare uno sforzo per aprirsi ai cittadini, creando occasioni di confronto con le associazioni e portando avanti progetti condivisi».