Codici per luci, forme, dimensioni e anche colori. Con un però Questa è la domanda che tiene insieme tutto: che idea di città abbiamo? Ma ci sono le regole? E se sì, vengono rispettate? Le regole ci sono, c'è chi le segue e chi no e forse, visti i risultati, sono poco efficaci. Per tanti motivi, perché sono troppe, perché ancora una volta la burocrazia non va di pari passo con il buon senso e pure con l'Unesco. Basterebbe questa sigla, e il riconoscimento del centro storico di Firenze come patrimonio dell'umanità, per capire che i tavoli tecnici, le commissioni, i permessi rilasciati (sicuramente è tutto in regola) per installare le insegne, servono a poco. Perché se si deve rispettare l'identità storico-architettonica di Firenze e ciò che l'organizzazione dell'Onu si è raccomandata di tutelare, viene da dire: «Qui c'è da ripartire daccapo». Il regolamento come detto c'è, risale al 1998 e l'ultima modifica è del 2005. È fatto di quindici pagine che all'apparenza non lasciano nulla al caso (in teoria nemmeno la luminosità delle insegne, e allora non si spiegano certi fari accecanti come quelli di una nota casa di moda in piazza Signoria, o dei negozi in piazza Duomo lato via Roma-via Calzaioli). Si va dalla collocazione delle insegne, alle normative, clausole e cavilli che regolano quelle temporanee, addirittura quelle che riguardano le vendite straordinarie, i cartelli di prossima apertura (nessuno di questi va appiccicato al muro), ma anche le insegne e le pubblicità da mettere sui ponteggi (ultimo caso clamoroso delle regole che ci sono ma che non seguono il buon senso è il Ponte Vecchio apparecchiato, dal Comune e soprattutto dalla soprintendenza per il Polo Museale); i menù in esposizione fuori dai ristoranti, le bandiere, le targhe professionali, come e dove mandare le domande (a cui va allegata una chiara documentazione fotografica formato «minimo 12x9 centimetri » e con i progetti dell'insegna in scala «120 e 150», dice il regolamento). Insomma avete presente Brazil , uno dei film più celebri di Terry Gilliam, degli anni '80, ambientato in un mondo dove la burocrazia prende il sopravvento su tutto ma non riesce a dare ordine? La faccenda delle insegne è simile. Per metterle, cambiarle, sostituirle bisogna compilare una bella domanda da spedire appunto all'apposito ufficio di piazza Artom che a seconda della zone della città viene valutata da una commissione tecnica consultiva (che sta in carica due anni e a cui partecipano anche i tecnici della soprintendenza e che però non si esprime sulle insegne temporanee, sulle tende solari, su quelle di cristallo, adesive, sulle targhe professionali, sugli apparecchi illuminanti purché non collocati su edifici di particolare rilevanza architettonica e qui torna il caso di piazza Signoria eccetera, eccetera...), chiamata a «garantire dice il regolamento l'esigenza dell'utenza, la salvaguardia del patrimonio artistico e architettonico, il decoro dell'ambiente». Di più e poi veniamo ai casi concreti e controversi di cui il centro è storico è pieno perché il regolamento del Comune divide la città in due grandi aree, secondo l'articolo 8, che il burocratese definisce «zonizzazione». C'è l'area A, ovvero il centro storico delimitato dai viali e poi c'è l'area B, il resto di Firenze. In centro e nel resto della città è vietata l'installazione di insegne sui tetti e sui terrazzi, nonché quelle orizzontali e a bandiera (qualcuno si faccia una passeggiata in via Calzaioli, o in San Lorenzo e altroché che bandiere). Sempre in centro sarebbero vietate le insegne eccessive per dimensioni, per colori e per materiali «non idonei all'edificio». E allora che ci fanno, ad esempio, tutte quelle insegne a bandiera tra l'altro con più colori di un arcobaleno in via Calzaioli? E che ci fa quella luminosa in piazza Duomo che cambia pure colore fino a comporre la bandiera degli Stati Uniti? E la pubblicità di una nota catena di supermercati accecante e variopinta in San Lorenzo, davanti alla basilica dove prima c'era un negozio storico? Come in questo caso, molte delle insegne che sono andate a sostituire quelle storiche, hanno conservato la forma originale, ma i colori? E che ci fa in via de' Neri l'insegna di un supermercato appena aperto con scritta rossa su sfondo giallo Brasile? Forse è solo una questione di interpretazione di regole e cavilli. Un gioco a fil di rasoio che però ci permette di scoprire la chiave di tutto: «Le insegne esistenti al momento dell'entrata in vigore del presente regolamento (2005) ed in contrasto con esse potranno essere mantenute in opera, purché regolarmente autorizzate in precedenza e in regola con i dovuti pagamenti dell'imposta». Ciò vuol dire che ci dobbiamo tenere via Calzaioli così com'è, idem per piazza Duomo o San Lorenzo. E così accade anche che ci siano situazioni paradossali. Che sempre in San Lorenzo i fondi storici non possano mettere insegne perché inseriti in un palazzo di pregio. O che ci sia l'insegna ad esempio della Passamaneria Toscana che non cambia da 50 anni (scritta in oro su sfondo nero) accanto a quella del supermercato che ha preso il posto del negozio storico. O che al posto dei cartelli delle vecchie mercerie, ci siano ora pizzerie da asporto che dell'insegna non se ne fanno nulla. Meglio un tendone bianco, anche se non rientra nei colori «tipici». Certo, quello delle insegne è uno dei problemi meno urgenti per Palazzo Vecchio. Di sicuro c'è una linea ben precisa che l'amministrazione sembra voglia seguire: meno regole e maggior rispetto del contesto storico-architettonico. Vanno in questa direzione anche gli incontri con la soprintendente Alessandra Marino. Meno tavoli tecnici, cavilli e commissioni a favore di un rapporto più stretto con piazza Pitti e perché no, con l'ufficio fiorentino dell'Unesco. Forse ci vogliono davvero i caschi blu. Giampiero Calapà Alessio Gaggioli