Nonostante l'incertezza della situazione generale, sono già iniziati i lavori per il restauro delle opere danneggiate e per il recupero di quelle trafugate dal Museo Archeologico Nazionale di Bagdad durante i giorni cupi e confusi della guerra. Era l'aprile dell'anno scorso quando avvenne quel saccheggio del museo che Neil Mc Gregor, direttore del British Museum, definì «il più grande disastro per il patrimonio culturale dalla seconda guerra mondiale». «Sono state 15.000 le opere opere danneggiate o trafugate, nonostante molte fossero già state nascoste in luoghi sicuri», racconta Nidal Amin, dirigente del Museo Archeologico Nazionale, nel quale lavora da trent'anni. «Gli altri Musei del paese erano chiusi, ma molti danni sono stati fatti alle biblioteche e ai siti archeologici, soprattutto nel Sud, segnati da molti saccheggi. I siti sono, ovviamente, meno difendibili, e spesso i saccheggiatori sanno anche meglio della popolazione locale dove sono e che cosa contengono». Un conto generale dei danni al patrimonio artistico e archeologico del Paese non è ancora stato fatto, ma la voglia di ricominciare è tanta. "Abbiamo già cominciato i restauri, anche grazie all'apporto di esperti italiani e giapponesi. Soprattutto ho molta fiducia in Paolo Battino, coordinatore logistico del Centro Scavi di Torino a Bagdad, che sta facendo un ottimo lavoro, tra l'altro recuperando nei mercati della città piccoli oggetti preziosi: ne sono stati rubati a migliala, perché era facile trasportarli e nasconderli». Battino è uno tanti esperti e ricercatori italiani che lavoravano in Iraq prima della guerra: c'erano archeologi italiani a Ninive, sul Tigre, e in molti altri siti. I rapporti tra Italia e Iraq, del resto, passavano anche attraverso il progetto Brila che negli scorsi anni ha lavorato;alla catalogazione e al recupero del patrimonio artistico iracheno. L'istituto Italo-Iracheno di Bagdad, inoltre, è stata l'unica istituzione culturale occidentale che è rimasta attiva nella città dopo la Guerra del Golfo, e il governo italiano è stato il primo a stanziare fondi (prima 400mila euro e poi 600mila) per finanziare i restauri. Nidal Amili nei giorni scorsi era in Italia per ricevere il Premio Rotondi 2004, dedicato a personalità che si sono distinte nell'opera di salvaguardia delle espressioni artistiche. Dalle sue parole traspaiono da una parte l'ansia - di rimettere tutto a posto, di riaprire il Museo - dall'altra la fiducia. Nel recupero delle opere più preziose, per esempio, che si sospetta siano state rubate su ordinazione: «Probabilmente sono già all'estero, ma sicuramente torneranno, perché sono numerate e catalogate, dunque rintracciabili». E anche nella possibilità che arrivino aiuti, anche se la sensazione è che non ci sia ancora un piano preciso, che si navighi a vista; prendendo quel che arriva: «accettiamo aiuti da chiunque», dice la signora Amin. «I francesi hanno promesso che interverranno in occasione della riapertura del Museo, che speriamo avvenga il prima possibile, appena ci saranno le condizioni di sicurezza necessarie. L'Unesco aiuterà a risistemare gli scaffali, le vetrine, i box all'interno dei quali sistemare le statue...». E poi c'è tutto il problema di restaurare la struttura, e degli sterminati magazzini che custodiscono le opere che non possono essere esposte permanentemente: «su 200mila pezzi riusciamo a esporne nel museo 10mila». La guerra ha lasciato al Paese molte emergenze da affrontare: la sicurezza, la disoccupazione, la povertà, la mancanza di infrastrutture... Ma non per questo il patrimonio culturale può essere trascurato, secondo Nidal Amin, per il suo valore intrinseco, e anche per il suo significato simbolico. «La maggior parte della popolazione non è educata ad apprezzare il valore di quanto contenuto nel museo. Anche coloro che lo hanno saccheggiato erano spesso semplicemente gente povera che pensava di avere trovato un modo per guadagnarsi il pane necessario, e non si rendeva conto della gravità di quello che stava facendo. Pensavano che nel museo ci fosse oro dappertutto, e non capivano il valore di quelle che a loro sembravano pietre. Ma altre persone hanno preso alcuni oggetti per tenerseli in casa, per custodirli in qualche modo e poi restituirli al museo. E anche loro erano poveri. E poi ci sono stati alcuni irakeni ricchi che hanno riscattato opere trafugate per restituirle al museo». Insomma, è urgente che la città si riappropri della propria identità anche attraverso il suo museo più importante. «È vero - ammette Nidal Amin - ci sono molte necessità e urgenze, ma questo è il tempo giusto per ogni cosa: non se ne può rimandare nessuna Ne sono convinta anche se so di non potermi aspettare dal governo fondi per il restauro, per cui devo contare solo sugli aiuti: il governo può fare dei progetti, può mantenere la supervisione, ma non ha mezzi per aiutarci». L'Iraq ha bisogno di ritrovare fiducia in sé e di riprendere a guardare il futuro, e proprio la cultura può aiutarlo in questo: «le televisioni veicolano un'immagine negativa del nostro Paese: le donne velate, la gente povera, i mercati sporchi, e poi i saccheggi... Adesso c'è la guerra, ma il vero Iraq non è questo: i nostri intellettuali, prima che si imponesse il regime di Saddam Hussein, attraversavano i confini per andare a lavorare e studiare in Europa, nel Nord Africa, nel Golfo. Erano ricercati e anche ben pagati per la loro preparazione e intelligenza. Il regime di Saddam ci ha rimandati indietro, sia dal punto di vista culturale che quello tecnologico». Ma ora bisogna guardare avanti, e per questo, conclude, «abbiamo bisogno di tutto: soldi, competenze, tecnologie. Ma soprattutto abbiamo bisogno che venga la pace, perché abbiamo bisogno di sicurezza».
Babilonia ricostruisce i suoi tesori
Il Museo Archeologico Nazionale di Bagdad è stato saccheggiato durante la guerra, con 15.000 opere danneggiate o trafugate. Il direttore del British Museum, Neil Mc Gregor, ha definito il saccheggio il più grande disastro per il patrimonio culturale dalla seconda guerra mondiale. Il Museo Archeologico Nazionale è già iniziato a lavorare per il restauro delle opere danneggiate e per il recupero di quelle trafugate. Il governo italiano ha stanziato fondi per finanziare i restauri, e l'Istituto Italo-Iracheno di Bagdad ha lavorato per la catalogazione e il recupero del patrimonio artistico iracheno.
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