Unoccasione per riflettere sulle scelte "sghembe" di oggi, senza rapporto con la storia della città In un libro lavventura dei quattro architetti della Velasca, il primo grattacielo di Milano I lavori erano cominciati nel 1956, ma già nel 1957 la inconfondibile sagoma "a fungo" era visibile dal centro di Milano. Fu però con linaugurazione nel 1958 che scoppiarono le prime polemiche, alimentate in Italia da Antonio Cederna e in Inghilterra da Reyner Banham, da opposti schieramenti: se per Cederna infatti la Torre Velasca era il segno di un cedimento alla brutalità della speculazione, per il critico inglese era la prova dellimborghesimento del razionalismo italiano, del suo soffice approdo dallavanguardia alle consolazioni del passato. Diventata più tardi unicona dello skyline della Milano Moderna - replicata in una delle più popolari cartoline del "miracolo lombardo" - la torre era stata in realtà tormentata sin dalla prima progettazione, quasi sette anni prima: un tempo oggi inaudito in una città che si è convertita al credo dell"architettura istantanea", come i grattacieli sghembi di Citylife. Facendosi da grattacielo "torre", il progetto dei BBPR - Banfi (morto a Mathausen nel 1945) Belgioioso, Peressutti, Rogers - tra i fondatori del razionalismo italiano, provava a declinare in versione locale il tema globale delledificio alto allamericana: un compito non immediato per un Paese uscito malconcio dalla guerra, ma sentito allora come necessario, al contrario di oggi, dove la futura Milano balbetta lesperanto di una lingua virtuale creata nei laboratori delle grandi corporation. I BBPR avevano esordito giovanissimi alla Triennale del 1933, ma la loro prima opera importante era stata la Colonia elioterapica di Legnano, luminoso esempio di razionalismo dal volto umano. Poi, nel 1946, il Monumento in ricordo dei caduti nei campi di concentramento al cimitero Monumentale, un nitido telaio di metallo che affidava alla memoria attiva del visitatore il tema del ricordo e della sofferenza sublimata. La "mente" del gruppo, il triestino Ernesto Nathan Rogers - di cui, insieme al milanesissimo Lodovico Belgioioso, si celebra questanno il centenario della nascita - aveva rivalutato il tema della memoria: non più congelata nella gabbia delle lucide astrazioni, la memoria diventava anche collettiva e si rivolgeva alla città con lo slogan delle "preesistenze ambientali". Nella Milano della ricostruzione, la teoria forniva agli architetti una bussola per lorientamento. Come costruire in centri che portavano ancora vivide le tracce del passato? Ogni edificio - scriveva Rogers - deve calarsi nel contesto, non per imitarne i caratteri storici, ma per rielaborarli con la sensibilità contemporanea. Caso emblematico il restauro del Castello Sforzesco, pensato in "funzione didattica popolaresca facilmente accessibile allintelligenza delle masse", ma stroncato da Cederna come un attentato alla Storia e da Roberto Pane come una forma di "sorridente qualunquismo". Più fortunata laccoglienza riservata alla diffusa attività di costruttori dellimmagine della borghesia milanese. Eredi di una tradizione illuminista-razionalista, i BBPR cercarono di fondare una nuova tradizione della città nella sua seconda modernità, plasmando con le loro abitazioni il volto sorridente, affabile e moderato di una borghesia intellettuale e progressista che aspirava alle riforme, non alla rivoluzione. Raccontata nel 1973 da Ezio Bonfanti e Marco Porta in un libro memorabile e ancora insostituibile ("Città, Museo e Architettura. Il Gruppo BBPR nella cultura architettonica italiana 1932-1970") la storia del razionalismo che si fece umano è ora opportunamente ristampata dalleditore Hoepli, che di quella stagione fu partecipe e protagonista.