LO «STATO» DELLO SPETTACOLO Macerie sulla cultura nel marasma politico Si fa sempre più violento nel nostro paese lo stridore tra le belle parole a vanvera della politica (e dei politici) e la realtà quotidiana dei fatti e delle situazioni, ridotte ormai in uno stato sempre più comatoso. Stridore che nel campo della musica è parola da sola rivelatrice, anche se insufficiente. Basta scorrere del resto le cronache delle città italiane per rendersene conto. A Genova, nell'istituzione lirica da tempo commissariata come molte altre, i sindacati hanno proclamato quattro giorni di sciopero per la riduzione del programma da parte dei vertici dell'istituzione. A Parma, la chiusura del ricco Festival Verdi ha aperto una voragine nell'economia teatrale non solo cittadina, che pare coinvolgere e accalorare l'intera cittadinanza. Tra la politica culturale del sindaco e i bilanci ora rivelati, anche l'anima di Verdi sembra ribellarsi per tanti episodi. Al centro del ciclone il cachet annuale del sovrintendente Meli (autorità musicale e manageriale indiscussa) che sorpasserebbe abbondantemente, comprendendo tutti i rimborsi e i benefit, i trecentomila euro. E non sarà nemmeno lo stipendio più costoso; è che qui almeno Verdi e la sua «eredità» ancora la conoscono. In Sicilia tracolli e nepotismi non fanno più neanche cronaca: nella Catania che solo un intervento imperiale «a scatola chiusa» se non vuota (come ha rivelato Reporter) ha salvato dalla bancarotta, si è appena concluso un festival nuovo di zecca. Dedicato ovviamente al genius loci Vincenzo Bellini, pare però che non abbia riscosso il trionfo previsto. Aveva un neo in partenza: la parentela, perfino lo stesso cognome, tra l'amministratore locale che l'ha promosso e la persona incaricata di dirigerlo. A Bologna del resto, tra le micce delle scintille tra il Comunale presieduto dal sindaco e gli orchestrali, starebbe anche il rifiuto opposto da questi ultimi a una celebrazione di Pavarotti come avrebbe richiesto la sua vedova, che però è anche assessore alla cultura. Ma il caso più clamoroso è ovviamente quello dell'Opera di Roma. Il sindaco Alemanno è riuscito a fare una serie di salti mortali che finiranno col risultare davvero letali per l'intero teatro. Con un colpo di mano che contraddiceva le «buone intenzioni» che avevano seguito il suo arrivo in Campidoglio, ha cacciato via il sovrintendente Ernani e il direttore artistico Sani come fossero pericolosi bolscevichi dopo la presa di palazzo Costanzi. A Ernani veniva imputato il deficit preventivo che corrispondeva esattamente al taglio minacciato dal ministero di Bondi. C'è stata una lunga melina, ma alla fine, bruciando un nome che di opera e di teatro sicuramente ne sapeva parecchio (Cristiano Chiarot della Fenice) ha nominato un amministratore neofita di sua fiducia. Col risultato che questi ha messo in preventivo un deficit superiore più del doppio rispetto a quello di Ernani. E che con buona precisione aritmetica, ha semplicemente «segato» cinque dei titoli in programma durante la stagione. Un criterio inoppugnabile quanto poco «artistico», che diventa beffardo mentre una sorta di spot avveniristico promette vagamente l'arrivo a Roma niente meno che di Riccardo Muti, in una forma più vicino alla consulenza che non alla direzione effettiva. Una sorta di «foglia di fico» preventiva che non può bastare a coprire tutta l'indecenza e l'insipienza. Si sente come non mai la perdita del nostro Arrigo Quattrocchi, per poter avere un racconto dettagliato di tutte queste nefandezze. Del resto il problema vero, sta probabilmente nel suo motore centrale al ministero dei beni e delle attività culturali, degno rappresentante e ciambellano del governo Berlusconi che non smette di ribadire quali siano la sua cultura e le sue gerarchie. La centrale artistica e museale del ministero continua a essere centrifugata da una giostra infinita di nomine e riassetti, conditi ogni tanto da invenzioni fantasiose e svendite irrituali di patrimonio collettivo. Quanto allo spettacolo, quello di prosa vive la sua agonia tra singulti degni di Adriana Lecouvreur. I teatri pubblici e privati contraggono i cartelloni, o li farciscono di saldi e passaggi del genere televendite. Molte compagnie sono sull'orlo del fallimento, e anche quelle più consolidate ritengono di non poter pagare gli stipendi a dicembre. Perché in tutta la telenovela del Fondo unico ridotto da Tremonti con l'accetta, e poi tamponato con la promessa di un parziale reintegro, ancora non si vede l'alba. L'ineffabile Bondi col suo ministero avrebbe promesso personali criteri di distribuzione del reintegro che verrà, ma non può farlo senza il parere delle commissioni ministeriali, che guarda caso sono nel frattempo scadute, come fossero fermenti lattici vivi. Peccato che quelle elargizioni, per quanto avare, si riferiscano all'anno in corso, i cui bilanci vanno in tempi rapidi alla chiusura. Sembrerebbe un vaudeville, se non ci fossero ragioni drammatiche da parte di chi nello spettacolo ci lavora e campa, e di chi ancora si attarda a credere in una cultura che non sia luminosa ed evanescente come uno spot tv. Ora, il 6 dicembre anche il Petruzzelli di Bari riaprirà ufficialmente, dopo una ricostruzione assai allungata. E dopo il braccio di ferro inutile tra la città e il ministro Bondi (che ama dedicarsi a iniziative meno produttive, evidentemente) su chi avesse merito della ricostruzione, e quindi titolo per lo jus primae noctis. Naturalmente gli auguri al teatro rinato e alla sua terra e alla sua cultura sono più che sinceri, da farci unire ai buoni propositi del sovrintendente (vedi intervista in questa stessa pagina). Purché si evitino le discussioni oziose e retoriche su cosa è cultura, sui richiami delle sirene televisive, e ci si rimbocchi le maniche per riprendere il tempo perduto. Facendo conoscere un patrimonio sconosciuto alle nuove generazioni, e cercando con loro e per loro il suono nuovo di una possibile cultura contemporanea. Gianfranco Capitta Si fa sempre più violento nel nostro paese lo stridore tra le belle parole a vanvera della politica (e dei politici) e la realtà quotidiana dei fatti e delle situazioni, ridotte ormai in uno stato sempre più comatoso. Stridore che nel campo della musica è parola da sola rivelatrice, anche se insufficiente. Basta scorrere del resto le cronache delle città italiane per rendersene conto. A Genova, nell'istituzione lirica da tempo commissariata come molte altre, i sindacati hanno proclamato quattro giorni di sciopero per la riduzione del programma da parte dei vertici dell'istituzione. A Parma, la chiusura del ricco Festival Verdi ha aperto una voragine nell'economia teatrale non solo cittadina, che pare coinvolgere e accalorare l'intera cittadinanza. Tra la politica culturale del sindaco e i bilanci ora rivelati, anche l'anima di Verdi sembra ribellarsi per tanti episodi. Al centro del ciclone il cachet annuale del sovrintendente Meli (autorità musicale e manageriale indiscussa) che sorpasserebbe abbondantemente, comprendendo tutti i rimborsi e i benefit, i trecentomila euro. E non sarà nemmeno lo stipendio più costoso; è che qui almeno Verdi e la sua «eredità» ancora la conoscono. In Sicilia tracolli e nepotismi non fanno più neanche cronaca: nella Catania che solo un intervento imperiale «a scatola chiusa» se non vuota (come ha rivelato Reporter) ha salvato dalla bancarotta, si è appena concluso un festival nuovo di zecca. Dedicato ovviamente al genius loci Vincenzo Bellini, pare però che non abbia riscosso il trionfo previsto. Aveva un neo in partenza: la parentela, perfino lo stesso cognome, tra l'amministratore locale che l'ha promosso e la persona incaricata di dirigerlo. A Bologna del resto, tra le micce delle scintille tra il Comunale presieduto dal sindaco e gli orchestrali, starebbe anche il rifiuto opposto da questi ultimi a una celebrazione di Pavarotti come avrebbe richiesto la sua vedova, che però è anche assessore alla cultura. Ma il caso più clamoroso è ovviamente quello dell'Opera di Roma. Il sindaco Alemanno è riuscito a fare una serie di salti mortali che finiranno col risultare davvero letali per l'intero teatro. Con un colpo di mano che contraddiceva le «buone intenzioni» che avevano seguito il suo arrivo in Campidoglio, ha cacciato via il sovrintendente Ernani e il direttore artistico Sani come fossero pericolosi bolscevichi dopo la presa di palazzo Costanzi. A Ernani veniva imputato il deficit preventivo che corrispondeva esattamente al taglio minacciato dal ministero di Bondi. C'è stata una lunga melina, ma alla fine, bruciando un nome che di opera e di teatro sicuramente ne sapeva parecchio (Cristiano Chiarot della Fenice) ha nominato un amministratore neofita di sua fiducia. Col risultato che questi ha messo in preventivo un deficit superiore più del doppio rispetto a quello di Ernani. E che con buona precisione aritmetica, ha semplicemente «segato» cinque dei titoli in programma durante la stagione. Un criterio inoppugnabile quanto poco «artistico», che diventa beffardo mentre una sorta di spot avveniristico promette vagamente l'arrivo a Roma niente meno che di Riccardo Muti, in una forma più vicino alla consulenza che non alla direzione effettiva. Una sorta di «foglia di fico» preventiva che non può bastare a coprire tutta l'indecenza e l'insipienza. Si sente come non mai la perdita del nostro Arrigo Quattrocchi, per poter avere un racconto dettagliato di tutte queste nefandezze. Del resto il problema vero, sta probabilmente nel suo motore centrale al ministero dei beni e delle attività culturali, degno rappresentante e ciambellano del governo Berlusconi che non smette di ribadire quali siano la sua cultura e le sue gerarchie. La centrale artistica e museale del ministero continua a essere centrifugata da una giostra infinita di nomine e riassetti, conditi ogni tanto da invenzioni fantasiose e svendite irrituali di patrimonio collettivo. Quanto allo spettacolo, quello di prosa vive la sua agonia tra singulti degni di Adriana Lecouvreur. I teatri pubblici e privati contraggono i cartelloni, o li farciscono di saldi e passaggi del genere televendite. Molte compagnie sono sull'orlo del fallimento, e anche quelle più consolidate ritengono di non poter pagare gli stipendi a dicembre. Perché in tutta la telenovela del Fondo unico ridotto da Tremonti con l'accetta, e poi tamponato con la promessa di un parziale reintegro, ancora non si vede l'alba. L'ineffabile Bondi col suo ministero avrebbe promesso personali criteri di distribuzione del reintegro che verrà, ma non può farlo senza il parere delle commissioni ministeriali, che guarda caso sono nel frattempo scadute, come fossero fermenti lattici vivi. Peccato che quelle elargizioni, per quanto avare, si riferiscano all'anno in corso, i cui bilanci vanno in tempi rapidi alla chiusura. Sembrerebbe un vaudeville, se non ci fossero ragioni drammatiche da parte di chi nello spettacolo ci lavora e campa, e di chi ancora si attarda a credere in una cultura che non sia luminosa ed evanescente come uno spot tv. Ora, il 6 dicembre anche il Petruzzelli di Bari riaprirà ufficialmente, dopo una ricostruzione assai allungata. E dopo il braccio di ferro inutile tra la città e il ministro Bondi (che ama dedicarsi a iniziative meno produttive, evidentemente) su chi avesse merito della ricostruzione, e quindi titolo per lo jus primae noctis. Naturalmente gli auguri al teatro rinato e alla sua terra e alla sua cultura sono più che sinceri, da farci unire ai buoni propositi del sovrintendente (vedi intervista in questa stessa pagina). Purché si evitino le discussioni oziose e retoriche su cosa è cultura, sui richiami delle sirene televisive, e ci si rimbocchi le maniche per riprendere il tempo perduto. Facendo conoscere un patrimonio sconosciuto alle nuove generazioni, e cercando con loro e per loro il suono nuovo di una possibile cultura contemporanea.