REGGIO Quattordici consiglieri regionali chiedono la revoca della delibera che autorizza la realizzazione delle copie. REGGIO - «La scelta di riprodurre i Bronzi di Ria-i' ce per un'esposizione itinerante in varie città del mondo rappresenta un colpo durissimo agli interessi vitali di Reggio e dell'intera Calabria». Forti di questo convincimento, quattordici consiglieri regionali chiedono la revoca della delibera con la quale il 10 giugno 2002 la giunta Chiaravalloti, ribadendo la volontà e-spressa dall'esecutivo Nisticò con atto del 15 dicembre 1997, decise alla chetichella di dare via libera alla realizzazione di copie delle due statue. Michelangelo Tripodi (Pdci, primo firmatario), Giovanni Nucera, Francesco Fortugno, Pasquale Tripodi, Vincenzo Pisano, Nuccio Fava, Domenico Crea, Francesco Calati, Giuseppe Mistorni, Ennio Morrone, Antonio Borrel-lo, Giuseppe Pizzimenti, Diego Tommasi e Mario Pirillo hanno presentato una mozione al presidente del consiglio regionale, Luigi Fedele, reclamandone la discussione in aula. Del cartello del "no", come si vede, fanno parte anche Nucera e Crea, esponenti della maggioranza di centrodestra. La riproduzione e l'esposizione dei Bronzi in altri luoghi, secondo i consiglieri, «indebolirà, se non cancellerà del tutto, il richiamo turistico e culturale che due Guerrieri esercitano e che deve, invece, essere ulteriormente valorizzato con adeguati progetti mirati a tale obiettivo». A parere dei firmatari della mozione, inoltre, occorre tenere conto che l'operazione decisa dalla giunta regionale «è fortemente avversata dalle istituzioni locali, a partire dal Comune e dalla Provincia di Reggio, dal mondo della cultura e dagli operatori economici». Il Pdci reggino, attivissimo in questa vicenda, ha lanciato anche una petizione popolare «per impedire che la sciagurata decisione di Chiaravalloti si realizzi». La raccolta delle firme sarà effettuata nelle principali piazze cittadine. Mobilitate le istituzioni locali. Il sindaco Giuseppe Scopelliti ha convocato per venerdì prossimo, a Palazzo San Giorgio, un forum con la soprintendente archeologica Elena Lattanzi, l'assessore regionale alla Cultura, Saverio Zavettieri, e il governatore della Calabria, Giuseppe Chiaravalloti. Sarà l'occasione per un confronto certamente utile, ma che arriva fuori tempo massimo. Su un tema così importante, il rispetto della città avrebbe dovuto suggerire la necessità di un dibattito preventivo e non successivo alla delibera. La decisione, invece, è stata presa «di nascosto», tanto da indurre il prof. Vincenzo Panuccio, presidente degli Amici del Museo e, come tale, insospettabile alleato della Lattanzi, a bollarla come un «un caso di occultismo». I reggini ne sono venuti a conoscenza, per combinazione, otto mesi dopo. I soli informati erano i protagonisti, e cioè il governatore Chiaravalloti e la sua giunta, la soprintendente archeologica che fin dal 1998 aveva firmato la convenzione con l'allora presidente della giunta regionale Nisticò, e i dirigenti dell'Istituto centrale di restauro. Un po' poco per una operazione di questa portata, che fa sobbalzare anche. Vittorio Sgarbi: «L'opera d'arte è unica, e bisogna ammirarla nel Museo che la custodisce. Farne la copia è un affronto all'arte». Il presidente dell'Amministrazione provinciale, Pietro Fuda, sta valutando la possibilità di fare ricorso al Tar. Prima ancora era stato il deputato Marco Minniti a sollevare il "caso" annunciando una sua interrogazione al Governo. E l'onorevole Luigi Meduri, della Margherita, che domenica scorsa è sceso in piazza con il movimento Forza Reggio per protestare contro la "clonazione" dei Guerrieri, affila le armi: «Questa provocazione non può passare. Si continuano a operare scelte rispetto alle quali la città non viene minimamente consultata. La circostanza è ancora più grave sul piano politico, tenuto conto che Reggio ha fatto vincere Chiaravalloti e, per ricompensa, è sempre più emarginata». Il prossimo 11 febbraio si riunisce il consiglio comunale, convocato in seduta straordinaria dal presidente Aurelio Chizzoniti. La città non intende abbassare il capo al volere di pochi.