Il debito pubblico e i trasferimenti alle amministrazioni locali mangiano il 77 delle spese statali. Per il funzionamento delle altre strutture resta ben poco, considerato inoltre che il 50 se ne va in costi del personale. Per carità, si parla sempre di miliardi di euro, ma dei 792,7 che lo Stato ha messo a bilancio per il 2010, 338 sono destinati al rimborso e agli interessi della voragine del debito pubblico. Quota che unita alle risorse che da Roma volano alla volta di regioni, province e comuni, nonché degli altri enti pubblici, abbatte l'importo destinato alle funzioni statali a 180,5 miliardi. Ovvero, il 23 delle spese complessive. Che si riducono ulteriormente se si tolgono i 91,6 miliardi necessari per le spese di personale. Restano, pertanto, 90 miliardi per finanziare le missioni in cui viene ripartito il bilancio statale. Istruzione, previdenza, ordine pubblico, giustizia, immigrazione, salute, ricerca, politiche per il lavoro: per elencarne solo alcune. Le missioni più ricche tenendo conto delle spese per il personale sono quelle dell'istruzione (4 miliardi), della partecipazione del nostro Paese alle politiche di bilancio dell'Unione europea e a quelle in ambito internazionale (25 miliardi), della difesa, che vuoi dire anche missioni di pace (18 miliardi), e dell'ordine pubblico (poco più di 10 miliardi), della giustizia (6,9 miliardi). È anche vero che questi sono i settori che meno soffrono del trasferimento di risorse statali verso la periferia. Tant'è che il confronto fra il bilancio di previsione e quello assestato al netto, cioè, del debito pubblico e delle erogazioni a favore delle altre amministrazioni - non fa rivelare scostamenti significativi. Diverso, invece, il discorso, per esempio, per quanto riguarda le politiche per la famiglia, che in partenza ha a disposizione 25 miliardi, i quali poi, una volta distribuite le risorse in periferia, si assottigliano a 2,3 miliardi. E una delle voci che fa dire a Cosimo Latronico (Pdl), relatore al disegno di legge sulla legge dibilancio, che «gli spazi per politiche redistributive operate mediante il bilancio dello Stato non sono molto ampi». Sono comunque gli unici spazi in cui il Parlamento - l'Aula del Senato nei prossimi giorni dovrebbe iniziare l'esame del Ddl - può intervenire. Niente è possibile, infatti, per quanto riguarda gli importi da accantonare per coprire il debito pubblico e gli interessi finora maturati e altrettanto si dica per i trasferimenti alle amministrazioni (locali e non). Oltre che per un intervento sugli importi, laddove è possibile (e questo grazie anche alla novità delle rimodulazioni, che con la legge annuale di bilancio permette di ritoccare, all'interno di ciascuna missione di spesa, le dotazioni per ogni programma), la discussione parlamentare è anche l'occasione per fare il punto sulla nuova struttura dei conti statali. La riclassificazione per missioni è, infatti, recente e deve ancora essere messa a punto. Al primo posto tra le correzioni da apportare c'è la trasparenza: i fondi da ripartire rappresentano, infatti, uno strumento di flessibilità, ma spesso, nel momento in cui vengono assegnati, non sembrano avere una puntuale destinazione di spesa. In altre parole, i programmi in cui si articolano le missioni non sono individuati attraverso obiettivi specifici. Rilievo di cui può farsi carico la Camera, che si appresta ad affrontare in aula la riforma dei documenti di bilancio.