Toni irrituali nello scontro tra Matteo Renzi e Cristina Acidini che campeggia nelle cronache da alcuni giorni. Appare naturale che un sindaco determinato a innovare sia costretto a misurarsi con il potere consolidato e ramificato della soprintendenza fiorentina. Si può, anzi, salutare con favore il fatto che nel dibattito pubblico affiori finalmente una critica aperta alla gestione Acidini (e implicitamente a quella di Antonio Paolucci, della quale si proseguono gli indirizzi). Chi scrive, d'altra parte, ha avuto occasione di avanzare proprio su queste pagine gravi riserve sul pasticcio del Crocifisso attribuito a Michelangelo, o sulla spedizione del David di Donatello alla Fiera di Milano: episodi tanto inquietanti sul piano culturale da far apparire, al confronto, solo un incidente di percorso la pur sgradevole mascherata commerciale di Ponte Vecchio, che si è conclusa con una liberatoria assunzione di responsabilità da parte dell'azienza pubblicizzata, la quale ha generosamente ritirato il colossale manifesto senza revocare il finanziamento. Detto questo, destano sorpresa alcune tra le idee manifestate dalla giunta Renzi. Alludo soprattutto all'opposizione Firenze-Roma (incentrata sull'idea che i proventi dei musei debbano rimanere in città) e all'affermazione di una priorità del potere politico locale su quella che viene sprezzantemente definita «burocrazia». Esse rischiano di apparire le conseguenze di una nefasta osmosi culturale, o almeno di una ricezione passiva, nei confronti di alcune delle parole d'ordine messe in circolazione dalla destra al governo. Lo slogan «i monumenti ai fiorentini», per esempio, appare drammaticamente assonante alla visione da devolution che è stata imposta della Lega. Se è comprensibile che la giunta metta l'accento sugli oneri che i flussi turistici impongono alla città, la soluzione non può essere una rivendicazione che sembra lacerare ancora, e da sinistra, il già provato tessuto dell'unità e della solidarietà nazionale. Da un'amministrazione democratica ci si aspetterebbe piuttosto una forte sottolineatura del carattere nazionale, e anzi universale, dell'eredità culturale cittadina. Gridare «gli Uffizi ai fiorentini » (come anche «Brera ai milanesi», «Capodimonte ai napoletani» o «i Bronzi di Riace ai calabresi») significa dimenticare che il patrimonio artistico ha avuto e può ancora avere nel futuro un ruolo primario nella creazione, o nella rigenerazione, dell'unità nazionale. Quando, nel 1519, Raffaello indirizzò una celebre lettera al papa fiorentino Leone X per supplicarlo di prendersi cura delle antichità di Roma, egli definì il patrimonio monumentale «quel poco che resta di questa anticha madre della gloria e del nome italiano ». Non romano, ma italiano. Ed è proprio per questo che è importante che la conservazione e la tutela delle opere sparse per la penisola restino saldamente affidate allo Stato centrale, e dunque al sistema delle soprintendenze. La contrapposizione tra il potere elettivo e i funzionari della soprintendenza ha, invece, un sapore berlusconiano. Come è noto, nella visione populista e plebiscitaria del premier la maggioranza nell'urna scioglie l'eletto da ogni vincolo, elevandolo al di sopra di tutti gli altri poteri costituzionali, quasi che anch'essi non scaturiscano, seppure più mediatamente, dalla sovranità popolare. Ebbene, il sistema della tutela del patrimonio artistico italiano è stato progettato proprio per resistere alle pressioni del potere locale, per esserne un opportuno contrappeso. Non tutto può essere nella disponibilità della maggioranza di turno: e i monumenti sono proprio la tipica cosa che deve rimanerne fuori. Essi sono stati edificati dai nostri padri e appartengono anche a coloro che non hanno l'età per votare, o che addirittura devono ancora nascere (e, nel caso di Firenze, perfino all'umanità tutta). Non appare poi né giusto né saggio delegittimare il personale delle soprintendenze trattandolo alla stregua di una sorda burocrazia che tiene in ostaggio l'arte del popolo fiorentino. Nella stragrande maggioranza, al contrario, si tratta di persone che (in cambio di stipendi indegni di un Paese civile) mettono una grande professionalità al servizio della conservazione e della dignità culturale delle opere e del territorio che sono loro affidati. In conclusione, se Matteo Renzi e i suoi assessori vorranno davvero ridiscutere in profondità e senza tabù la deprimente politica culturale che ha coperto come una pietra tombale la Firenze degli ultimi decenni, non sarà che un gran bene. Ma è legittimo aspettarsi che la polemica non travolga le istituzioni per colpire (magari a ragione) il modo in cui sono attualmente guidate.
FIRENZE - Renzi contro Acidini. Buoni diritti e cattive intenzioni
Il sindaco di Firenze, Matteo Renzi, è in scontro con la soprintendente Cristina Acidini sulla gestione dei musei della città. La critica di Renzi alla gestione di Acidini è stata espressa pubblicamente, e alcuni hanno accusato il sindaco di voler "saccheggiare" i proventi dei musei. La giunta di Renzi ha proposto di aumentare i prezzi degli ingressi ai musei, ma la soprintendenza ha espresso opposizione a questa mossa. La questione è diventata un punto di contesa tra il potere locale e il potere centrale, con la giunta di Renzi che vuole aumentare i prezzi degli ingressi ai musei e la soprintendenza che vuole proteggere il patrimonio culturale della città.
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