Viaggio nellala della Galleria regionale che il 13 novembre aprirà al pubblico con 300 opere che erano custodite nei depositi del Palazzo La maggior parte delle tele esposte è di soggetto sacro ed è proveniente da chiese cittadine Le due "vele", donate da Francesco I di Borbone, sono la parte recuperata di unopera unica del grande artista aretino, che resta un mistero per le figure mancanti. Con i cento capolavori seicenteschi ripescati in quel pozzo di San Patrizio che sono i magazzini, due nuove saloni allestiti e altri quattro spazi espositivi recuperati, il più prestigioso museo palermitano riapre i battenti dopo i lavori di ristrutturazioni iniziati nellestate del 2007 e finiti lo scorso giugno. Costo degli interventi 3,4 milioni di euro, 2,5 dei quali per il nuovo percorso che propone per la prima volta larte del Seicento. Lallestimento che a metà degli anni Cinquanta realizzò Carlo Scarpa - rimasto immutato - si ferma infatti al manierismo cinquecentesco. Ora le sale espositive diventano 19, incluse quelle del limitrofo convento delle suore domenicane, naturale estensione del Palazzo. Nei depositi del museo restano ancora stivate circa 16 mila opere (quelle collocate sono circa trecento: il raffronto tra fruibile e no, dice molto sullo "spreco" dovuto allabbondanza, sulla penuria di spazi e sulla carenza di risorse per fare diventare dellarte la risorsa dellIsola). Lapertura al pubblico è fissata per il 13 novembre. Il nostro tour, guidato dallappassionata direttrice del museo Giulia Davì, inizia dal piano terra, nellex sottocoro della chiesa domenicana, finora adibito a deposito, diventato ora vetrina delle opere sacre di Vincenzo degli Azani da Pavia, un pittore manierista del Cinquecento, presente anche nei piani superiori. Qui è necessario fare una precisazione: alla parola manierismo, non va attribuito il significato negativo che ha assunto nella modernità, ma riferita a quei tempi simboleggia la sofferenza delluomo di fronte allinquietudine scatenate dal sacco di Roma ad opera dei vandali nel 1527. Con i famelici barbari, il mondo si fa più confuso, i pensieri più aggrovigliati. I colori dei maestri diventano così più accesi, i volti dei loro santi più scavati, gli occhi quasi spiritati. Rabbia e smarrimento di cui il maestro di Pavia è uno dei rappresentanti più efficaci. La sala, caratterizzata da quattro colonne, è proprio dirimpetto a quel gigantesco "Trionfo della morte" di autore ignoto, affresco staccato dal cortile di Palazzo Sclafani, che è la pittura simbolo di Palermo, con la sua carica di devastazione, (lemblema della nostra "modernità" è probabilmente quellopulenta e sensuale "Vucciria" reinventata da Renato Guttuso, oggi esposta nel vicino Steri). La morte trionfante e la vitalità del mercato, due facce della stessa Palermo. Il tema della morte è ossessivamente presente in tutte le ali del museo. Al secondo piano ci sono due tele di François de Nomè detto Monsù Desiderio vissuto nel 600, che su uno sfondo di cattedrale gotica posiziona una serie di scheletri, che ricorda le mummie del convento dei cappuccini di Palermo. Il tratto, che ricorda gli odierni fumetti horror, è di una attualità impressionante. Al primo piano lex stanza della badessa, affrescato con figure di eroine bibliche, prima utilizzata per allestimenti temporanei, ospita la quadreria con le nature morte e piccoli dipinti di notevole valore. Questa stanza è la linea di confine tra il vecchio e il nuovo. Poco prima di arrivarci, ancora nello spazio rimodulato da Scarpa, seduti su una panca appositamente collocata, si può godere ancora dellinquietante "Trionfo della morte" visto dallalto. Ancora più minaccioso. Sembra quasi di ritrovarsi in sella a quel cavallo scheletrico che scaglia dardi contro papi, imperatori, uomini di legge, cavalieri e damigelle, mentre il popolo assiste smarrito. Varcata la soglia dellala nuova, un ampio salone, con le pareti verdi, ospita una serie di opere manieristiche seicentesche. Il pezzo forte del secondo piano, caratterizzato dalle pareti rosse, è Pietro Novelli. Sono otto le tele del grande artista monrealese, tra cui San Pietro liberato dal carcere, Mosè, la Maddalena, lAnnunciazione. Unaltra Annunciata, quella più famosa di Antonello, è al momento in trasferta per una mostra a Messina; al suo posto nella parte vecchia del museo una foto-clone che la riproduce in modo mirabile. A eccezione della mitologica raffigurazione di Apollo che uccide Coronide, i Novelli sono tutti di ispirazione religiosa, come la maggior parte delle opere esposte nel museo. Saranno si è no una decina i dipinti dalle tematiche laiche. Accanto a Novelli, tre attribuzioni a Anton van Dyck, che a quanto pare si è fermato a Palermo per oltre un anno e mezzo, e non pochi giorni, come si era finora ritenuto. Una delle tele riguarda la palermitanissima Santa Rosalia. I tre piani del museo - lultimo finalmente raggiungibile con lascensore, quindi fruibile dai portatori di handicap - sono un cantiere aperto. Diverse squadre di restauratori - responsabile Eliana Mauro, direttrice Marinella Giunta - sono al lavoro in varie sale. Puliscono, ritoccano, secondo le più moderne tecniche. Molte opere, già ripulite, sono coperte da teloni bianchi per evitare la polvere inarrestabile. Saranno scoperte il giorno dellinaugurazione. Il nuovo allestimento è stato curato da Guido Meli, del Centro regionale di Restauro, con Ermanno Cacciatore. Lilluminazione è opera di Piero Castiglione. Cè anche un affresco ritrovato dai restauratori: una decapitazione e figure danzanti, dai segni incerti, che ricordano i graffiti delle vittime dellInquisizione allo Steri. Fine del giro, il terrazzo dellAbatellis. Forse lopera più bella: uno spicchio di mare e una corona intrecciata di chiese: la Gancia, Santa Teresa, San Mattia ai Crociferi, lOratorio dei Bianchi. E i tetti della città vecchia.