TORINO Sempre pronti a «beccare» le inadempienze di Istituzioni e Poteri cittadini, è doveroso talvolta riconoscere che da tempo Torino si muove, per l'arte, con solerte sollecitudine e dunque accogliere con favore, accanto alla sorpresa più pirotecnica del «rivolgimento» della Gam-Eccher, pure questo nuovo riallestimento (coerentemente e didatticamente più tradizionale, dovuto alla cura di Francesca Petrucci e Rossana Vitiello) della Pinacoteca Albertina. Dopo non molti anni dalla riapertura (1982), sempre nell'efficace impaginazione dell'architetto Pagliero, ma con qualche accorgimento ed alleviamento ulteriore (non foss'altro per il recupero meno tombale delle finestre, con luce schermata e il funzionale cangiar del colore delle sale, per segnalare le varie stazioni della passeggiata museale). Da Maineri a Mainolfi, potremmo dire. Cammino che inizia con i pensosi «avvocati» della Verginità di Maria, di Filippo Lippi e la concettosa simbologia architettonica mariana della Vergine del raro Maineri (con il cardellino, che si divora il cartiglio invece dei cardi) e finisce con una terracotta di Mainolfi, ex docente, invitato per un omaggio temporaneo: testimonianza del taglio didattico della raccolta. Grazie anche alle scelte dotte del Marchese-Arcivescovo Mossi di Morano (1752-1829) senza il cui lascito indubbiamente la Pinacoteca annessa all'Accademia di Belle Arti non esisterebbe, vista la dedizione pedagogica del prelato-patrizio, che si dedicò prevalentemente alle cose d'arte e con la ricca donazione (oltre 212 opere di viva qualità) si rivolse «ai giovani inclinati alle Belle Arti del Disegno e della Pittura», secondo la classica distinzione vasariana. Arte come exemplum, come fonte di stimolo e di copie: una delle intelligenti novità di questa nuova veste espositiva, è di mostrare anche quelle opere, un tempo ritenute di grandi «nomi» imprescindibili, come Raffaello o Reni, che oggi ci paiono copie ben gracili e goffe. Ma è anche interessante ca(r)pire come repliche, che oggi ci risultano a prima vista di tarda bottega o stenta emulazione, un tempo potessero ingannare occhi autorevoli. E c'è da augurarsi che quest'Accademia nell'Accademia, gratis ovviamente ai suoi allievi (che hanno persino un loro varco, dalle aule alle sale museali, come nei sogni di E.T.A. Hoffmann) possa stimolare i professori di storia dell'arte ad affinare negli studenti il nascente occhio d'attribuzionisti in erba. Guardare l'arte è combattimento perenne. Un solo esempio: saran proprio del lezioso Panini, quelle scure e visionarie vedute bibliche, così tenebriste e demoniche? E come mai quel Borroni ricorda tanto Cairo, o di chi mai potrebbe essere quel bel quasi-Van Dyck, un tempo assegnato a Jordaens? Sull'onda probabilmente del Cardinal Borromeo, anche Mossi di Morano si rivolge volentieri alla pittura nordico-ponentina, abbondando in pseudo-Breughel e Paul Brill, ma azzeccandola con nobili opere di fiamminghi «italianizzanti», come il Polenburg o il Van Bloemen, detto l'Orizzonte, o per quel notevole «macabro», d'Anonimo, in cui uno scheletro prende fuoco, come in una fantasia rovinistica di Stefano Lepri. Idee chiare e un poco faziose: così se la scuola romana è un po' trascurata, come quella veneziana (a parte la bella serie di vedute lagunari, un tempo attribuite ovviamente a Canaletto, poi dall'incisore Volpato, nel 1869, passate a Marieschi, oggi più credibili coll'ipotesi del Maestro di Langmatt) ben rappresentata è la compagine lombardo-piemontese e poi leonardesca, con il grande Spanzotti, con Gaudenzio, Giampietrino e Ceresa (col suo insolito angelo annunziante «mancino», che viene da destra). Né si può dimenticare l'incredibile «caverna», ove nella penombra parlottano gli antichi e miracolosamente conservati cartoni preparatori della bottega di Gaudenzio Ferrari, ove è stimolante individuare le differenze di mani tra il maestro, i Giovenone, il Lanino, e che posto mai avrà lì il Cavalier d'Arpino, maestro di Caravaggio? Buffo inserto il campano Criscuolo, con il morto Sant'Alessio, che par risorgere, per scivolare un avvelenato papello mafioso. Bene pure l'ambito emiliano, con il dolce patetismo della Madonna del Francia, in contrasto con quella più armata e lambiccata del manierista Salviati. E come già annunzia i suoi allievi, Domenichino e Reni, quell'accorrere ansimante dei frati all'ultima comunione di San Francesco, di Calvaert-Dionigi Fiammingo. Notevoli i liguri, con quella scenografica opera pre-barocca dello svizzero-genovese Carlone senior, che sa così bene raccontare un rigurgito d'acqua, impregnato di Grechetto, Salvator Rosa, Caravaggio. E così, passando attraverso le sale degli artisti-docenti (su tutti domina il visionario Bagetti) si giunge alla «scuola» moderna, ove curiosamente latita il Fontanesi (accademia significa anche odi e rivalità) e compare invece Lalla Romano, autodidatta, transitata però nella scuola di Casorati. Che sarebbe auspicabile trovar qui documentato.