Oggi si apre alla Stazione Leopolda di Firenze la prima edizione del «Salone dell'arte e del restauro». In uno dei tantissimi eventi culturali in cartellone nell'ambito della manifestazione - sabato alle 14 - si parlerà del «Monitoraggio dei trattamenti protettivi sul Ratto delle Sabbie del Giambologna». Su ciò che dirà la soprintendente al Polo Museale fiorentino, Cristina Acidini, da settimane è calato un velo di silenzio, ma ciò non ci impedisce di fare un ragionamento e di arrivare all'unica soluzione possibile: la decisione di musealizzare il capolavoro è ancora prematura. Tra il 2003 e l'inizio del 2009 il gruppo scultoreo della Loggia de' Lanzi è stato oggetto di un attento e minuzioso monitoraggio per salvaguardarlo. I due principali problemi del Ratto, infatti, sono costituiti dalle polveri sottili e dalle piogge acide, giacché una piccola parte dell'opera sporge dalla Loggia e la pioggia scorre lungo direttrici ben precise operando un'azione meccanica di dilavamento della superficie marmorea. «L'esame di tutti i dati accumulati in anni di prove - ha detto Mauro Matteini, del CNR - è stata un'operazione difficile ed estremamente complessa, senza dimenticare che non è mai stato fatto niente di simile prima, una rilevazione che ha suscitato interesse a livello internazionale che ha visto impegnati numerosi enti: Istituto Superiore per la Conservazione e il Restauro di Roma, l'Opificio delle Pietre Dure di Firenze, il CNR (attraverso vari istituti come NOA, CVBC, il CNR di Perugia e la Facoltà di Chimica dell'Università di Firenze) e l'Università di Perugia. Tra l'altro - ha continuato - il controllo dell'opera si è svolto con molte difficoltà tecniche». Ma le prove effettuate che cosa hanno riguardato in particolare? «L'ingrigimento del marmo - ha detto Matteini - dovuto al particellato che si appiccica dappertutto perché è di origine grassa. Però va riconosciuto che l'ingrigimento è reversibile, mentre iprotettivi stesi finora non lo sono. Quest'ultimi sono di natura idrorepellente e a suo tempo fu scelto di utilizzare questa classe di prodotti al posto di un'altra che prevedeva preparati di origine minerale in grado di creare una passivazione della superficie marmorea, cioè di renderla resistente all'attacco acido». Secondo indiscrezioni, da parte dell'Istituto Superiore per la Conservazione e il Restauro di Roma ci sarebbe la volontà di effettuare delle prove ulteriori per stabilire quale classe di prodotti dà i risultati migliori e quindi «quale strada percorrere», come ha sottolineato Matteini. E non a caso di queste tematiche - come confermato dalla ex-direttrice delSCR di Roma (oggi soprintendente a Venezia) Caterina Bon Valsassina, si parlò ampiamente durante una riunione tenutasi nel giugno di quest'anno. Comunque la decisione ultima del destino del Ratto delle Sabbie spetta al Ministero per i Beni e le Attività Culturali che, di concerto con la soprintendente Acidini, presto darà il suo parere sulla vicenda. «Abbiamo ricevuto il corposo rapporto sul lungo monitoraggio - ha detto Roberto Cecchi, Direttore Generale per il paesaggio, le belle arti, larchitettura e l'arte contemporanee - e se ne sta occupando la Sezione III della mia Direzione. Per ora, tuttavia, non abbiamo assunto alcuna decisione in merito». Tra i vari pareri sulla vicenda, qualche giorno fa abbiamo registrato quello dell'ex-soprintendente al Polo Museale fiorentino, Antonio Paolucci: «Il Ratto? Meglio lasciarlo lì, se è ragionevolmente possibile lasciarlo lì. A suo tempo attivai la commissione di studi che è arrivata a dei risultati - ha detto - Si è visto che con quei trattamenti usati fino a ora non si risolve il problema quindi bisogna studiare un altro tipo di protettivo che funzioni, ma che non dia quel viraggio cromatico che non vogliamo. Ci sono fior di studiosi che stanno seguendo la faccenda. Compreso l'Istituto Superiore per la Conservazione e il Restauro di Roma». Riguardo l'ipotesi di musealizzare il capolavoro, Paolucci ha detto che si tratterebbe dell'«estrema ratio» e ha indicato la Galleria dell'Accademia come possibile destinazione dell'opera qualora venisse rimossa: «Eh sì, l'Accademia perché sarebbe la statua esemplare, insieme al David. Il capolavoro di Michelangelo e il Ratto delle Sabine sonole due statue emblema, i due prototipi della storia della scultura. Semmai Pi, ma speriamo di no». Già, «speriamo di no» ha detto Paolucci. Anche per un altro motivo: la sostituzione del capolavoro - è noto - comporterebbe la spesa di almeno un milione di euro e un'attesa non inferiore a 3 anni. Ma l'originale? L'ipotesi di Paolucci di «ricoverare» il Ratto delle Sabine alla Galleria dell'Accademia pare poco praticabile per la mancanza di spazi, cioè di una sala adatta alla maestosità (e alla sfericità) dell'opera. Una soluzione diversa - come del resto già si parlò nel maggio scorso - potrebbe essere la destinazione del gruppo alla Galleria degli Uffizi, quale «pezzo da 90» della statuaria. Come si comprende, c'è il rischio che il problema possa diventare pi politico che conservativo e filologico. Quando la materia del contendere è un summa dell'arte occidentale, ognuno vuole la sua visibilità, cioè passare alla storia per aver assunto una decisione positiva oppure non essere responsabile di un'azione poi rivelatasi errata. Anche per questo molti guardano a Roma e alle decisioni che presto vermnno prese dal Ministero. Nel fnttempo il Ratto delle Sabine rimane al suo posto, continua a essere una delle opere pi fotografate di piazza della Signoria e mantiene la piazza d'onore (dopo il David, naturalmente) nel creare suggestioni a tutto tondo.