Dopo il suo mentore Ettore Bernabei, se oggi c'è ancora in giro un uomo che incarna alla perfezione lo spirito Iri, questo è Maurizio Prato. Solo che Bernabei ormai si occupa di santificare l'immaginario collettivo degli italiani sfornando sceneggiati-tv edificanti; mentre Prato è ancora lì, che scompone e ricompone il mattone di Stato in un infinito gioco del Lego. Umbro di Foligno, 68 anni, Prato è 'l'highlander' della partecipazioni statali. Cresciuto a pane e Iri, sopravvissuto alle stagioni più pericolose della telefonia pubblica e dell'Alitalia, oggi titolare di un paio di poltrone di prima fila nella galassia che ancora fa capo al ministero dell'Economia: la presidenza operativa di Fintecna e la direzione generale del Demanio. Poi, se mai si stuferà di servire la nazione, potrà dedicarsi con maggior impegno alla sua seconda vita da manager in Vaticano, dove negli ultimi cinque anni ha cominciato una silenziosa ma inarrestabile ascesa da revisore dei conti. Ceneri di Alitalia Eppure c'è stata una stagione nella quale Prato ha rischiato davvero di farsi del male: l'estate del 2007, quando con un blitz agostano, l'amico Romano Prodi lo nomina presidente di un'agonizzante Alitalia con il mandato di vendere baracca e burattini ai francesi di Air France. Ci prova, ma il governo che lo ha scelto è debole e non durerà più di otto mesi. Poi c'è un banchiere del peso di Corrado Passera, amministratore delegato di Intesa Sanpaolo, che ha già in testa di far sparire AirOne in Alitalia. E alla fine ci si mette Silvio Berlusconi in persona, che sul salvataggio di Alitalia con capitali tutti italiani gioca la carta forse più spregiudicata della sua ultima e vittoriosa campagna elettorale. Prato regna su quel resta della Magliana, schiacciata da 2, 3 miliardi di debiti, soltanto 10 mesi. Ma fa in tempo a mettersi in tasca la bellezza di 350 mila euro di stipendi, ovvero 35 mila euro al mese. In pratica, ogni giorno che l'allievo di Bernabei metteva piede in ufficio, guadagnava 1.750 euro. Certo, oggi quei maledetti 10 mesi gli stanno un po' turbando il sonno, visto che insieme ai manager che l'hanno preceduto, Maurizio Prato siede sul banco degli imputati al processo contro i vertici Alitalia per i super bonus dei dirigenti. Una vicenda fastidiosa ma che non potrà impressionare più di tanto un personaggio che ha trascorso tutti gli anni Ottanta all'Italstat, i primi anni Novanta tra Iri e Iritecna e poi ha assistito, da consigliere della Stet-Telecom, all'ultima stagione di Biagio Agnes (altro suo grande mentore), all'ascesa di Tomaso Tommasi di Vignano e alla privatizzazione telefonica. Nel giugno 2007 gli è toccato perfino deliberare l'acquisto di una partecipazione sventurata come quella in Telecom Serbia: 878 miliardi di lire pagati al dittatore Slobodan Milosevic per il 29 per cento della compagnia telefonica serba. Su quell'affare, che ha permesso a Milosevic di finanziare la pulizia etnica, la Telecom ha perso centinaia di miliardi e il Parlamento italiano ha poi istituito una commissione d'inchiesta finita poi nel nulla grazie a una serie incredibile di depistaggi (da Igor Marini in giù). Di tangenti a politici italiani non si sono poi trovate le prove, ma l'interrogatorio di Prato a San Macuto, andato in scena il 7 aprile 2004, resta in ogni caso una pagina fantastica di letteratura industriale. Quella del perfetto mandarino Iri, che o non ricorda o se ricorda chiama in causa qualche intoccabile e in ogni caso sa perfettamente come sminuire i propri poteri con demo-cristianissima prudenza. Conflitti interessi. Prato appartiene, come l'amico 'ferroviere' Mario Moretti e l'inaffondabile Pietro Ciucci dell'Anas, alla categoria 'conflitti d'interesse viventi'. É stato nominato dall'ultimo governo Berlusconi direttore generale dell'Agenzia del Demanio, nonostante fosse, dal 2003, presidente e amministratore delegato di Fintecna. Dicono che a garantire per lui sia stato Gianni Letta e che Giulio Tremonti, che in principio sembrò non gradirne la nomina, si sia arreso sull'altare dei suoi buoni rapporti Oltre Tevere. Vicino all'Opus Dei, proprio come Bernabei e l'altro suo grande amico Michele Tedeschi (ex a.d. della Stet) Prato ha varcato le mura vaticane nel 2004 per sedersi nel ristretto consesso dei 'consultori' laici per le faccende economiche. Nel febbraio del 2008, Benedetto XVI lo ha promosso revisore internazionale presso la Prefettura degli Affari Economici della Santa Sede, istituzione che vigila sui conti della stessa Santa Sede. Se vogliamo, è un po' come se facesse il revisore dei conti di uno Stato off-shore, tanto per entrare nelle classificazioni che ultimamente appassionano di più l'ex tributarista Tremonti. A sceglierlo e a valorizzarlo in Vaticano è stato il settantasettenne cardinale Sergio Sebastiani, zio di Gloria Piermarini, moglie di Guido Bertolaso. Tutto questo fa di Maurizio Prato un uomo solo al comando. Con un potere da brivido: solo come direttore generale dell'Agenzia del Demanio gestisce 30.000 beni pubblici (20.000 edifici e 10.000 terreni) che comprendono anche i palazzi governativi, Quirinale e palazzo Montecitorio, e si aggira sugli 80 miliardi di euro. Poi, nel tempo libero, gli spetta anche revisionare e controllare tutti i conti del Vaticano. Ma non è finita. A Prato è stato dato incarico (tutti giurano da Letta, seppure l'idea del federalismo immobiliare fosse di Tremonti che avrebbe preferito affidarla a un suo uomo) di dare vita ad una società per azioni con il compito di trasferire l'enorme capitale immobiliare a Fintecna. Il suo compito è anche quello di fare cassa vendendo beni dello Stato come residenze private, alberghi da mille e una stella, attraverso aste pubbliche che vanno spesso deserte a causa dell'eccessivo valore, ritenuto fuori mercato. Immobili che poi, come la legge permette, vengono venduti a trattativa privata di cui si perde ogni evidenza pubblica. Da gennaio 2009 a oggi sono stati proposti in vendita mediante evidenza pubblica1.205 lotti per un valore base d'asta di circa 170 miliardi di euro. Il 19 novembre prossimo, col sistema delle offerte segrete da confrontare col prezzo posto a base di gara per la vendita al miglior offerente, toccherà al complesso immobiliare ex-caserma Gnutti, che si trova in zona centralissima a Brescia. In vendita, prezzo a base d'asta fissato 8,88 milioni di euro (cifra ridotta rispetto agli 11 milioni richiesti nella precedente asta andata deserta), è stata messa anche l'area di Vigneria all'isola d'Elba, una miniera abbandonata nel Comune di Rio Marina. Il lotto all'asta è composto da terreni, fabbricati civili e industriali e strade, con una superficie totale di circa 6 ettari, proprio di fronte al mare. La destinazione d'uso è già stata decisa, e trattandosi di un terreno che si affaccia sulla costa orientale dell'isola d'Elba, non è stato difficile trovarla. Anche qui nascerà una grande struttura turistica: la cubatura realizzabile è di circa 45.700 metri. L'acquirente dovrà recuperare l'ex-miniera sia dal punto di vista ambientale che da quello dell'economia locale. Misteri immobiliari. Un'operazione che ha suscitato la dura opposizione del Comune di Perugia è stata quella dell'ex tabacchificio. Si tratta di una struttura degli anni Trenta nella prima cintura della città, che sorge su circa 40.000 metri quadrati ed è di proprietà di Fintecna. Il Comune era interessato a rilevare il tutto per trasformarlo in parte in una "città della tecnologica" e in parte in un albergo. Ma per poterla vendere era necessario che il Comune facesse la variazione di destinazione d'uso facendo lievitare del 40 per cento il valore di mercato. Prato, una volta ottenuta la variazione di destinazione d'uso, ha però improvvisamente cambiato idea e non l'ha più venduta al Comune. Per anni è rimasta incustodita diventando rifugio per extracomunitari ora è stata indetta una gara internazionale, che con molta probabilità andrà deserta per due volte, dopodiché verrà venduta a trattativa privata. Prato, prima di essere nominato anche direttore generale del Demanio ha acquistato, come presidente di Fintecna e proprio dall'Agenzia del Demanio, immobili dal 2002 al 2005 per un valore 1 miliardo 171 milioni di euro. Ora, come direttore generale del Demanio, vende il patrimonio a Fintecna di cui è Presidente e Ad. Prato, ufficialmente in pensione con rendita da manager attorno ai 20.000 euro al mese (presumiamo, visto che non ci è dato saperlo perché Prato non ha risposto alla nostra richiesta) riceve 700.000 euro l'anno da Fintecna. Mentre, come Direttore Generale dell'Agenzia del Demanio, non risulta percepisca alcun compenso. Ma c'è chi sostiene che incasserà un premio, di certo non da fame, a fine mandato. La torta immobiliare che gestisce gli ha creato una quantità di nemici come mai ha avuto nella sua lunga vita di manager d'alto bordo delle Partecipazioni statali. Pur essendo stato ai vertici di un crocevia di costruttori e finanzieri privati come Grandi Stazioni, oggi Prato non è amato in quel mondo. Troppo potere e troppi conflitti d'interesse, si dice tra i palazzinari. Ma anche al governo c'è chi vorrebbe limargli le unghie. Come Ignazio La Russa e Guido Crosetto, rispettivamente ministro e sottosegretario alla Difesa. Che speravano di gestire la dismissione delle caserme, come del resto era logico pensare vista la peculiarità di quel patrimonio immobiliare, ma hanno perso il braccio di ferro con Tremonti e ora guardano alla finestra il duro lavoro di Prato. Alle prese anche con una situazione di mercato difficile. Ne sa qualcosa perfino chi ha le mani sull'Expo 2015. Come Zunino, tanto per dire.
Il Fatto Quotidiano
28 Ottobre 2009
Il boiardo che vende le case a se stesso. Fenomenologia di Maurizio Prato tra Fintecna e il demanio, dopo Alitalia
SA
Sandra Amurri
Il Fatto Quotidiano
Artista / Persona
Bene culturale
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