Notevole la partecipazione dei restauratori arrivati nella Capitale dalle regioni più distanti della penisola per presenziare all'Assemblea Nazionale dei Restauratori svoltasi sabato 24 ottobre 2009, presso NH Hotels di Roma, che ha visto la presentazione ufficiale della petizione al Presidente della Repubblica Giorgio Napolitano sull'accesso alla professione di restauratore. La campagna di raccolta firme, sostenuta dai sindacati Feneal Uil, Filca Cisl e Fillea Cgil, ha in pochi mesi registrato circa 3000 adesioni in tutta Italia mobilitando per l'assemblea romana oltre 500 restauratori. Determinati e pronti a dare battaglia per tutelare i propri diritti di lavoratori e per dire "no" ad un imminente futuro di precariato, i restauratori italiani hanno richiamato gli organi competenti ad una assunzione di responsabilità nei confronti dei lavoratori che operano nella conservazione e nel restauro del patrimonio culturale italiano. Viste le ultime disposizione del governo, che impone al settore della cultura tagli pari a 366milioni di euro entro il 2011, il settore storico-artistico è messo in ginocchio e a pagarne le prime conseguenze non saranno i monumenti ma coloro che operano correttamente su di essi. Circa 20mila restauratori italiani saranno infatti trasformati, per legge, in precari senza qualifica e senza futuro. Nel nostro paese sono riconosciuti automaticamente come restauratori solo i diplomati dell' Istituto Centrale di Restauro di Roma e all'Opificio delle Pietre Dure di Firenze: un numero irrisorio di persone se si pensa che dal 1944 ad oggi I.C.R. ha sfornato solo 1.000 restauratori e che dal 2006 le iscrizioni a questa prestigiosa scuola di alta formazione sono bloccate. Il Decreto Ministeriale n. 532009, pubblicato sulla Gazzetta Ufficiale del 27 maggio 2009, ha emanato la solita sanatoria "all'amatriciana" che ha stabilito regole per l'accesso a questa professione impraticabili, vincolando i lavoratori alla presentazione di requisiti sostanzialmente impossibili da recuperare. Regole così restrittive, estranee alla realtà dei fatti, che escludono migliaia di addetti ai lavori dal riconoscimento della propria professione o, più semplicemente, negando per legge il lavoro che hanno sempre eseguito con capacità ed abnegazione. Da uno studio dei sindacati risulta che solo il 10 dei 20mila restauratori italiani, che in questi anni hanno garantito l'efficienza di questo settore, sarebbe ammesso alla prova di abilitazione professionale per la qualifica di restauratore di beni culturali o di collaboratore restauratore. Così i sindacati Feneal Uil, Filca Cisl e Fillea Cgil ribadiscono al Presidente la necessità di un'assunzione di responsabilità nei confronti di questi lavoratori ora impediti nella loro operatività professionale e spinti nell'ambito del precariato. Inoltre le organizzazioni sindacali hanno chiesto al ministro per i Beni e le Attività Culturali Sandro Bondi di rivedere i criteri di selezione per l'accesso alla prova d'idoneità per il conseguimento del titolo professionale, e - più in generale - di rivedere il sistema di valutazione della documentazione dei titoli, la cui validità è indispensabile per operare nel settore dei beni storico-artistici. Un'altra goccia d'acqua che si aggiunge al grande oceano dei paradossi del settore dei Beni Culturali dove continuano a esistere gli appalti "talebani", il sistema di certificazione S.O.A., le dubbie competenze di alcune ditte che lavorano nel settore del restauro ed il segno della rovinosa legge n. 2851977 sull'occupazione giovanile con 7.000 assunzioni senza selezione d'ingresso. Per parafrasare il noto restauratore Carlo Giantomassi "Il settore del restauro delle opere d'arte considerato, fino a qualche decennio fa, vanto del Bel Paese, è stato ormai fagocitato dal mercato degli appalti nel quale è più importante il numero delle betoniere che il curriculum da restauratore."