Se non se ne avesse la prova provata, il disservizio di domenica, in occasione della riapertura del Museo di Baia, sembrerebbe frutto della fantasiosa vena ironica del più classico «feuilletton» in salsa napoletana. Gli ingredienti ci sono tutti: l'attesa per l'evento culturale di spicco, la concitazione di autorità e organizzatori, la folla di visitatori ansiosi di varcare la soglia del Castello-Museo lungamente negato al pubblico, la partecipazione dei custodi alla cerimonia funebre per un collega. Si, proprio in coincidenza con la riapertura, da tempo annunciata, Così, di necessità virtù, la direzione non ha potuto fare altro che improvvisare un'improbabile giustificazione per circoscrivere a meno di un terzo il percorso museale. Con delusione, dispetto e, affatto malcelata rabbia dei visitatori gabbati. Fin qui la cronaca di una realtà, tutt'altro che straordinaria, di un modello di gestione del bene collettivo, che colora di precarietà diffusa l'anomalia napoletana; a conferma di un'esperienza ricorrente nei più svariati settori dei pubblici servizi. Avrà pur ragione l'assessore regionale al ramo a prendersela con un genere di sindacalismo strisciante, attento ai particolarismi di categoria, quanto distratto nei confronti del più generale interesse collettivo, che presupporrebbe da parte dei fortunati titolari del celebrato «posto fisso», efficienza e produttività nei servizi resi al pubblico. Non c'è dubbio alcuno, poi, che la stessa dirigenza, il gestore pubblico del bene museale, finisca per possedere armi spuntate per reagire, tempestivamente, all'insorgere di inattese emergenze, privo di autonomia concreta, poverissimo di mezzi finanziari adeguati. E, se lo Stato, nel tracollo delle proprie finanze, non trova che pochi spiccioli per la gestione ordinaria, ed assolutamente nulla per quella straordinaria, lasciando musei ed ogni altro bene culturale indifesi dal rischio di degrado e nell'impossibilità di assolvere il proprio ruolo, perché mai la tanto declamata intesa con la Regione, per il decentramento della gestione di alcuni fondamentali siti di preminente interesse turistico-culturale regionale, continua a languire? Osservando i fatti concreti, riflettendo su tempi e procedure, c'è tuttavia da chiedersi se siano i soldi, l'indispensabile coordinamento, oppure l'inerzia politica, nell'assunzione di decisioni efficaci, a costituire l'effettivo ostacolo ad una riorganizzazione del settore che possa effettivamente garantire che i siti museali e le risorse storico-archeologiche svolgano il ruolo di straordinari attrattori di flussi turistici crescenti, di cui posseggono l'indubbia potenzialità. Invero, tuttavia, se si pensa che la Società campana per i Beni culturali (Scabec), costituita dalla Regione nel 2003 in forma azionaria, a capitale misto pubblico-privato, con lo scopo di «valorizzare il sistema dei Beni e delle attività culturali quale fattore dello sviluppo della Campania», in ben sei anni non ha prodotto granché (l'iniziativa più interessante resta il ticket Artecard), non è che l'aspettativa di una regionalizzazione del sistema museale possa proprio entusiasmare. Il nodo della questione, probabilmente, può dipanarsi solo attraverso una più efficace ed aggressiva «governance» dei settore. Ciò che urge, infatti, ancor più di un decentramento, la cui efficienza sarebbe tutta da dimostrare, è una volontà politica e una rigorosa pianificazione delle attività da sviluppare, in coerente coordinamento tra tutti i rami dell'amministrazione, statale e regionale, coinvolti nel processo di efficace razionalizzazione del ruolo che compete ai beni culturali nello sviluppo locale. Più che di nuovi carrozzoni, più che di ulteriori consigli d'amministrazione, in cui imbarcare amici e decotti politici di lungo corso, la vera rivoluzione da compiere deve fondare su di un'etica virtuosa dell'interesse collettivo, cioè su di una politica intesa come strumento coesivo di democrazia partecipata.
CAMPANIA - Troppi palleggi di responsabilità
Il Museo di Baia è stato chiuso per la domenica per una "giustificazione" improvvisata, causando delusione e rabbia tra i visitatori. La direzione del museo ha affermato che il percorso museale è stato ridotto a un terzo per "necessità virtù". La vicenda è stata descritta come un esempio di gestione del bene collettivo precaria. L'assessore regionale ha criticato il sindacalismo strisciante e la mancanza di efficienza nei servizi resi al pubblico. La stessa direzione del museo è stata accusata di essere priva di autonomia e mezzi finanziari adeguati per gestire emergenze.
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