SI cammina. Si torna a camminare. Abbandonando ogni supporto, quando è possibile, lasciandosi andare al ritmo naturale del proprio passo, ognuno il suo, così come facevamo duemila anni fa, così come faremo tra duemila anni, se ci arriveremo. Come fanno tutti gli animali, nei loro luoghi, come sempre abbiamo fatto anche noi per entrare nei posti e nelle cose che ci stanno più a cuore: a piedi, senza fare rumore, senza lasciare traccia, per rispetto e per piacere, come passeggiando nel bosco o sulla riva del mare, come quel giorno che svoltammo l'angolo e ci trovammo di fronte una meraviglia, come ogni volta che rientriamo in casa nostra, con i nostri affetti, le nostre ridicole cose. Si arriva sempre a piedi nei posti più belli del mondo e dell'animo nostro, chissà perché. E adesso si arriva a piedi pure qui. Per Emanuele è fondamentale. Fa il pendolare e questo è il pezzo di città che percorre ogni giorno, per andare sul posto di lavoro, dalla stazione di Santa Maria Novella fino a Via Cavour. Scende dal treno che sta tutto scombussolato, tra il baccano e gli odori e gli spifferi, scende che ha voglia di camminare ma spesso tagliava da San Lorenzo, giusto per scansare altri scarichi, altri sferragliamenti, auto e bus che gli sgommavano sui piedi. Ieri non ha partecipato a concerti e castagne ma oggi gli piacerà passare da Via Cerretani, il Duomo, Via Martelli. Vedere il Duomo lo riempie sempre di qualcosa, non lo sa cos'è. Sa che quand'era ragazzo e tornava da un viaggio, da un qualsiasi viaggio, appena lo rivedeva gli soffiava un bacio dalle dita, così, come un gesto d'amore dopo la distanza. Per molti anni ha creduto che lavorare qui fosse come lavorare ovunque, che un posto valga l'altro, che tutto con il tempo si trasformi in routine e che la routine annoi. Poi ci ha ripensato. Vive in una provincia brutta, perché tutto è brutta provincia a mezzo chilometro da qui, e ha capito che il grigio, il cartongesso, la plastica, stancano molto ma molto prima della bellezza. A Federica il Duomo fa schifo. Per lei il Duomo è il simbolo di questa città che dal suo passato non riesce a sganciarsi, che anzi ci vegeta e ci muore, c'affoga. Lei quando vide quei manifestini col fotomontaggio di un tram gigante accanto al Duomo e la scritta «ecco il vero mostro di Firenze » pensò che si riferissero al Duomo e non al tram, per davvero: finalmente qualcuno che la pensa come me, disse. Poi capì come stavano le cose e seguì la polemica e sperò che alla fine il tram ce lo facessero passare di dentro, al Duomo, attraversandolo da parte a parte, o magari di sopra, con un bel ponteggio d'autore e fermata in campanile, che perlomeno si rinnovava la skyline cittadina e si percepiva una fiammata di futuro, pure qui. Oggi sta strana, Federica, non capisce se è l'inizio di una rivoluzione o la rinuncia a guardare avanti, e vede la gente ridere e preoccuparsi e come spesso accade non si schiera con nessuno, anzi va a farsi un giro alle Cascine, in bicicletta, che poi respirare pulito piace anche a lei. Abdel pensa che per lui, da domani, dopodomani al massimo, passata la sbornia della novità, non cambierà un fico secco, come gli ha detto un barista fiorentino. Lui a Firenze ci sta solo da quattro anni ma intorno al Duomo ci ha fatto il girotondo migliaia di volte, dalla mattina alla sera, un giorno dopo l'altro. Basta un niente per vederlo scattare: i suoi occhi inquieti frugano tra passanti e turisti, intercettano un uomo in divisa, anzi due, e subito il cervello comanda al corpo gli stessi movimenti, un due tre via, si riparte. Rapido Abdel si china e soprammette le stampe una sull'altra, le fa scivolare nella cartella sdrucita e se l'afferra sottobraccio, o magari oggi sono orologi, ombrelli se piove, cose da vendere. Abdel gira continuamente intorno al Duomo, così come girano quelli con le impalcature per pulire via il marcio del progresso, e chissà se perlomeno a loro la vita cambierà, da domani, chissà se in meglio. Abdel cammina veloce e dietro le due guardie, di pari passo, una giostra che sempre si ripete, sterile e coatta, fino a sciogliersi nella ragione o nell'impotenza, lui che torna a distendere la mercanzia, loro a faccende più gratificanti. Avevano tutti sogni diversi, da ragazzi, nessuno voleva fare il girotondo al Duomo, da grande, nessuno immaginava una vita più pedonalizzata di così. Cambia qualcosa, per loro, da oggi? Lapo qui c'è nato. Fuma una cicca e osserva la bolgia dalla finestra e ghigna, perché lui è scettico. Ne attende l'evoluzione. Conosce i suoi simili, ci si confronta ogni giorno. Ne fa parte. Pensa che qui dovrebbero racchiuderlo in delle mura, il Duomo, per pedonalizzarlo per davvero, altro che catene e piloni a scomparsa. Qui la gente tarocca i permessi, si mangia i telepass, vola, parcheggia in terza fila, più volentieri si prende le multe piuttosto che piegarsi alle regole. Qui se ti pieghi alle regole passi da bischero. Qui se gli togli certe comodità, alle genti, lo vedrai che polverone, e se ti metti contro a certi poteri buonanotte. Lapo fuma e aspetta, e pensa che il Duomo di Firenze andrebbe trasferito su Marte, senza i fiorentini d'intorno, per farlo vivere in pace davvero. Tamara spinge la madre sulla carrozzella e pensa che se tutto questo fosse successo sette anni fai lei non avrebbe mai conosciuto Francesco. È capitato proprio aspettando il 14, alla fermata del Duomo. Era più o meno di questa stagione. Pioveva, lei stava rintanata in un giaccone col cappuccio, forse neanche si accorgeva che piovesse. Francesco però se ne accorse che le gocce che le bagnavano il viso non erano solo di pioggia, ma pure di pianto, gli occhi arrossati che non trovavano pace. La coprì, senza dirle niente, soltanto avvicinandosi zitto con il suo ombrello immenso, verde e marrone. Lei la prima cosa che notò di lui fu l'orologio al polso, con dentro una gallinella che beccava il tempo al ritmo dei secondi, come in certe vecchie sveglie da cucina. Quando lo vide salire sul suo stesso autobus Tamara s'insospettì, poi lui quasi si scusò, timido, disse che proprio il 14 doveva prendere, purtroppo, e poi le cose andarono come sono andate. Ci pensa adesso, Tamara, e le viene da ridere, così come le venne da sorridere quel giorno, davanti alla tenerezza di un uomo che proprio non sapeva come attaccare bottone. «Non pensavo di vedere mai questa piazza così, prima di morire» le dice ora la mamma e allora Tamara rallenta, nel mezzo di strada e nel mezzo alla gente, davanti al Duomo che mai le è sembrato grande quanto adesso. Si ferma, respira, chiude un attimo gli occhi, come spesso facciamo accostandoci alle cose più care.