Bisogna partire da un presupposto: il «tesoretto » del polo museale fiorentino fa gola sia a Roma che a Firenze, anche se occorre distinguere. A Roma sanno che i musei statali fiorentini sono un conto in banca garantito. Il sindaco Matteo Renzi, Palazzo Vecchio, vorrebbe che i denari restassero tutti (o quasi) alla città e soprattutto che il Comune potesse mettere bocca sia sulla gestione del «tesoretto », circa 30 milioni di euro, sia sulle scelte di politica culturale che arrivano tutte da Roma e passano dalla soprintendenza diretta da Cristina Acidini. Già Cristina Acidini. La soprintendente al momento si trova nel mezzo di un piatto ben più succulento dell'apparente miseria (per modo di dire) di 30 milioni. Arbitro non designato di una partita che per il Comune ha in palio un solo trofeo: la legge speciale per Firenze. Quella promessa dal presidente del Consiglio. Quella che anche Renzi mise nel suo programma elettorale. Dalle stanze di via della Ninna c'è chi vede nelle dichiarazioni della soprintendente («I soldi degli Uffizi restano qui, se Renzi insiste è in malafede») una sindrome da accerchiamento. Acidini è blindata a Firenze almeno per un altro anno, anche se a Roma la voglia di piazzare un bel commissario ci sarebbe, non tanto per le competenze (indiscutibili) della soprintendente speciale, ma per il tesoretto. Ricordano, i vecchi inquilini di via della Ninna, che anche il carismatico professor Paolucci dovette rintuzzare gli assalti romani. Che il polo museale non è un «salvadanaio». Che gran parte dei ricavi serve al funzionamento della macchina. Come si vede dalle previsione di spesa del 2009 in effetti sembra così. Solo per restauri, manutenzioni e bonifiche la soprintendenza ha messo a bilancio 7.166.509 euro. E altri 24.045.506 euro per i costi di gestione del polo museale (dai servizi di vigilanza, all'acquisto delle divise del personale, passando dal pagamento delle utenze, agli acquisti di mobili e macchine d'ufficio). Dunque a Firenze cosa dovrebbe restare di tutti questi soldi? Acidini dice che a Roma finiscono «solo» 3,5 milioni di euro. Renzi dice di più. Da via della Ninna e anche da Roma sono sicuri che la pretesa del sindaco sia una manovra (politica). Un gioco al rialzo per la posta più ambita: la legge speciale. Ieri mattina il sindaco a cui in serata si sono aggiunti in coro il vice Dario Nardella, il capogruppo Pd Francesco Bonifazi e Leonardo Bieber presidente della commissione cultura tutti stupiti dalle parole dell'Acidini dagli studi televisivi del Tgt ha ribadito le sue posizioni in punta di fioretto: «Credo che certe affermazioni come ''malafede'' siano molto pesanti. Non ho nessun braccio di ferro con l'Acidini storica dell'arte che stimo molto e da cui ho molto da imparare. E non ho voglia di fare polemiche con funzionari pubblici ed esponenti della burocrazia romana. Dico che questa città dà a Roma più di quello che riceve e non può mettere il becco sulle politiche culturali decise a livello centrale. Il sindaco eletto, non nominato da un funzionario a Roma, chiede al governo di restituire a Firenze parte dei soldi tolti». Si domanda Renzi: «È normale che la soddisfazione degli utenti degli Uffizi sia tra le più basse d'Europa? È normale che ogni settimana mi scrivano i turisti lamentandosi che non esiste una card unica dei musei? Perché devo avere i Grandi Uffizi bloccati da 20 anni in quel modo? O Isozaki? La soprintendente si sente citata in causa, io non ho disegni politici per metterla in ginocchio (e sarebbe poco ambizioso). Sono ad aspettare la Legge speciale, non voglio fare polemica con un funzionario della burocrazia romana. La vera domanda è se Berlusconi terrà fede agli impresi». E se davvero Legge speciale sarà, chi terrà in mano i cordoni della borsa? Quale reale autonomia decisionale avrà il Comune? Come (e se) cambierà il potere delle Sovrintendenze? Domande che riducono lo scontro sul tesoretto ad una scaramuccia.